Matteo Renzi è la foto ingiallita del “partito dei sindaci”

Qualcosa si muove sul fronte renziano.  Di nuovo e di antico, al tempo stesso. Non ci riferiamo alle taglienti battute di D’Alema sul destino  che appare ormai segnato di Enrico Letta e del governo delle cosiddette larghe intese; battute accompagnate da una ancor più chiara investitura del sindaco di Firenze come premier  dell’esecutivo prossimo futuro (sempre che il Pd, la qualcosa è tutt’altro che scontata, riesca a vincere le elezioni). Ci riferiamo al lavorio di fondo, alla trama sottile che, ai margini del Pd, Matteo Renzi  sta tessendo, prima di riprendere – la data annunciata è per il prossimo 30 agosto – la corsa al primato. In questo lavorio e in questa trama, non è certo un caso che Renzi stringa alleanze con alcuni sindaci di grandi città. I primi a muoversi in questa direzione sono stati i primi cittadini di Catania e di Palermo, Enzo Bianco e Leoluca Orlando. Basta leggere l’ultima intervista rilasciata a Repubblica da quest’ultimo per  capire che non siamo di fronte ad un semplice scelta di campo, ma a qualcosa di più vasto e profondo. Almeno nelle intenzioni dei protagonisti. «Proprio con la mia elezione, e quelle di Flavio Tosi a Verona e Federico Pizzarotti a Parma, nel 2012 si è chiusa un’epoca politica: hanno vinto persone fuori dai partiti delle tessere, lanciando una nuova politica – sottolinea  Leoluca Orlando – A Roma è stato eletto nella stessa maniera Ignazio Marino: secondo voi ha vinto con il sostegno degli apparati del Pd ? Certo che no. Ecco, si è aperta una nuova fase». E se il Pd non lo capisce e non accetterà regole aperte per le primarie che porterebbero a dimostrare l’assoluta irrilevanza degli attuali apparati autoreferenziali, conclude profeticamente il più acrobatico dei politici italiani, l’uomo che più di ogni altro ha fondato  e sciolto movimenti e partiti nella Prima e Seconda Repubblica, se, insomma, il Pd  sbarra il passo  al “nuovo che avanza” e si chiude in trincea, a difesa dell’oligarchia imperante dei Bersani e dei Fassina, a Renzi  non resterà altro da fare che aderire al “Movimento dei 139” per costruire il centrosinistra alternativo al Pd alleato con Berlusconi.

Insomma, il futuro che avanza, a Nord come a Sud, nel Veneto come in Sicilia, passando per Roma, dove uno che se la tira come Ignazio Marino non resta certo a guardare, sarebbe rappresentato dal  Movimento dei sindaci.  Un Movimento che ha il pregio, secondo chi lo incarna, della popolarità e della trasversalità, perché gode del consenso ampio dei cittadini e poggia su maggioranze che non dipendono da partiti e da partitini. La realtà, in vero, non sta proprio così come viene descritta.  E’ sempre difficile, sia pure in epoca di primarie, tagliare a fette l’elettorato e stabilire a priori chi sceglie perché l’apparato glielo impone e chi, invece, non si sente affatto influenzato da indicazioni che calano dall’alto. Inoltre, le primarie non seguono regole che diano garanzia di orientamenti  scevri da pulsioni e interessi di partito. Né, detto per inciso,  è facile comprendere perché poi questo legame non debba esserci, visto che chi le vince, le primarie, dovrà pur rappresentare idee e progetti della casa politica  di provenienza. Cosa che non cambia di molto se ci sono coalizioni di partiti a sostenerne la candidatura. Quel che qui preme porre in evidenza è , invece, un elemento di affinità che il neo movimento dei sindaci presenta con il “partito dei sindaci”  di cui molto si parlò nella seconda  metà degli anni Novanta. Affinità che si riscontra  persino nei protagonisti,  alcuni dei quali sono gli stessi di  quel tempo. Li ho rivisti raffigurati, compreso il sottoscritto, in una sbiadita fotografia in bianco e nero che campeggia incorniciata sulla parete dello studio di casa, tra i ricordi di venti anni fa. Fu scattata in via dei Prefetti, nella sede dell’Anci. In posa, simile ad una squadra di calcio, si notano, accovacciati, l’uno accanto all’altro,  Enzo Bianco, che dell’Anci  era presidente, Francesco Rutelli e Leoluca Orlando, poi Castellani, sindaco di Torino. In piedi, alle spalle, ci sono Bassolino, allora sindaco di Napoli, quello di Bologna , Vitali, il sindaco di Bari, Di Cagno Abbrescia, ed altri ancora. Tutti sorridenti. E tutti, chi più chi meno, in un certo senso predestinati. Da quella trasversale formazione fuoriuscirono ministri, sottosegretari, presidenti di regione, deputati e senatori e persino candidati , come Rutelli, alla presidenza del Consiglio. Fu, quella, un’ epoca di grande effervescenza sul versante dei comuni. L’elezione diretta dei sindaci, oltre a verticalizzare il dato politico, a dare stabilità alle giunte e autorevolezza ai primi cittadini, stava cambiando il modo di essere della pubblica amministrazione. Un cambiamento  profondo e radicale. Forse l’unico cambiamento vero che ci sia stato negli ultimi cinquant’anni della Repubblica. Un cambiamento  , in un certo senso,  persino antropologico, perché mutava i connotati stessi dell’amministratore,chiamato a ridefinire l’azione politica sul versante della managerialità e di una più penetrante responsabilità verso i cittadini. Le città ne trassero giovamento. Almeno nella fase originaria. Quando la novità ebbe un impatto dirompente rispetto allo spirito conservativo degli apparati e alla rouitine   dei comportamenti sociali e politici. Quella novità, però, non durò a lungo. Si infranse contro il muro dei partiti di allora. A sinistra, lo schieramento dei “non sindaci” si coalizzò contro quello dei sindaci, di cui non digeriva intraprendenza ed autonomia. A destra, giunse Berlusconi, a chiudere ogni sogno di metamorfosi. Da una parte, l’apparato, dall’altra, una leadership  traboccante e vincente.   Nella temperie dei tempi attuali, quanto di quel che accadde allora potrebbe ripetersi ? La domanda non mi sembra fuori luogo. La giriamo a  Renzi. E non per un semplice vezzo.