La Mostra del Cinema di Venezia compie 70 anni: fu un’intuizione d’avanguardia di Mussolini e Volpi. E la censura risparmiò pure il primo nudo integrale

Con il gran galà che seguirà la pellicola fuori concorso Gravity dell’atteso duo Clooney-Bullock, fischio d’inizio per la 70/ma edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Un anniversario tondo che offre lo spunto per tornare indietro in pieno periodo fascista, negli anni in cui fu ideata con una geniale intuizione. «Nacque in un momento di crisi economica», ci ricorda Maurizio Cabona, critico cinematografico giornalista, scrittore, da sempre inviato a seguire la mostra di Venezia. All’epoca alle crisi si rispondeva così: rimettendo in moto la crescita.

«Fu  così  che Giuseppe Volpi, primo presidente della Biennale – una sintesi di Agnelli, De Benedetti e Tronchetti Provera, per intenderci – proprietario della Compagnia Grandi Alberghi, ebbe un’intuizione economico-mondana che si coniugò egregiamente con gli intenti artistici», racconta lo studioso. «Gli alberghi del Lido erano vuoti e l’intento era quello di riportare gli americani a Venezia dopo il crollo di Wall Street. E così fu». Intanto qualche precisione storica che non guasta. «Gli anni sono 71, ma le edizioni molte meno», corregge Cabona.

Negli anni cruciali ’43, ’44, ’45 la rassegna, per ovvi motivi non si fece. Non solo, lo Statuto della Mostra nel dopoguerra espunse le edizioni del ’40, ’41 e ’42, giudicate “troppo fasciste” in quanto realizzate in pieno periodo bellico». Anche il suo “papà” Volpi, poi epurato per i suoi rapporti col Regime, poi assolto, ha rischiato l’oblio. «Si tentò di depennarlo dalla memoria della mostra, tanto che il suo busto nel Salone della Mostra fu tolto, poi rimesso al suo posto su iniziativa di Giulio Andreotti nel ’51-52. Oggi rimane la coppa intitolata al suo nome, il premio  più ambito dopo il Leone d’oro, per iniziativa instancabile di suoi figlio Giovanni».

«Fu una mostra eterogenea dove venero presentate pellicole anche di Paesi antagonisti all’Italia. Non c’era ragione alcuna in quei primi anni di favorire pellicole tedesche», prosegue Cabona. Sconfessato un altro luogo comune: il filtro del regime mussoliniano ai film made in Usa. Tutt’altro. Volpi aveva rapporti ottimi con l’America. «Incaricato dal governo italiano di rateizzare con gli Usa il debito contratto durante la Grande Guerra, si fece ambasciatore della linea di Mussolini che era quella di saldarlo subito, contrariamente a Francia e Inghilterra che vincolarono il loro saldo a quello preventivo della Germania. La linea italiana fu molto apprezzata: il Paese più povero era quello più onesto».

Volpi e Mussolini lasciarono agli addetti ai lavori molta libertà nella scelta delle pellicole: un esempio per tutti, il film scandalo Estasi con Hedy Lamarr nuda che corre nel bosco. «Il primo nudo integrale. Siamo nel ’34 in un’Italia contadina e fresca di Concordato. L’idea moderna che nella mostra valesse una sorta di “extraterritorialità” per attrarre la luce dei riflettori nasce allora. Anche oggi certe scene che vedi al Lido sono fatte apposta per scandalizzare, ma poi nelle sale spariscono…». La Francia si ingelosì e di fronte al modello Venezia e al ritorno di immagine ideò il Festival di Cannes, che doveva nascere nel ’39 come risposta al Lido. Ma la guerra ritardò il tutto». Nel periodo sessantottino la mostra cambia nome e per qualche anno si chiamò Le giornate del Cinema, senza riconoscimenti, né vincitori né vinti, «per evidenziare il gran rifiuto di premi e gerarchie. Poi dal ’79 e fino ad oggi, riprende il rituale dei premi, delle serate in smoking, catalizzando i riflettori spesso più sul gossip che sui film: vi ricorderete quando tre anni fa si inseguiva Noemi Letizia e si disertavano le sale»?