La “lezione” ad Assad rischia di infiammare il Medio Oriente ed il Mediterraneo. La Russia non resterà a guardare

Se l’obiettivo non è la cacciata di Bashar-el-Assad, perché dunque bombardare Damasco e dintorni? Il tiranno non sarà deposto, fanno sapere dalla Casa Bianca; uno scenario libico o iracheno non è contemplato; neppure la “guerra umanitaria” tesa all’affermazione della democrazia è l’obiettivo degli strateghi di Obama e di Cameron. Dunque, il motivo dell’attacco preventivato per domani e dalla presumibile durata di tre giorni, a che cosa serve?

Si dice che è necessario dare una lezione esemplare ad Assad perché  ha fatto uso di armi chimiche contro gli insorti (i quali, come si sa, non sono migliori di lui). Sarebbero circa un migliaio le vittime del gas nervino. E’ un’ “oscenità morale”, come ha giustamente detto il segretario di Stato Kerry. Ma gli altri novantanovemila morti, non contano? Non sono serviti nel corso di due anni a risvegliare le coscienze dei Grandi dell’Occidente? Francamente non ci convince questo sussulto di umanità da parte di Obama e dell’inner circle bellicista la cui incarnazione retorica è il solito Bernard-Henry Lévy, quello che suonò la grancassa in occasione dell’aggressione alla Libia. Il filosofo francese adesso dice che bisogna salvare l’onore dell’Occidente. E quanto i siriani morivano come mosche lui dove stava e dove stavano coloro i quali oggi si scoprono guerrafondai a fronte di vittime sacrificali “giocate” dal regime di Assad sul tavolo dei ricatti e delle minacce in uno scacchiere altamente sensibile ad ogni stormir di foglie? Probabilmente erano intenti a pianificare un nuovo ordine mondiale nel quale non era contemplata la sorte della Siria.

Adesso è in discussione, però, la sorte del Mediterraneo e del Medio Oriente. Non sappiamo se gli strateghi del Pentagono si sono resi conto che l’attacco “dimostrativo” programmato produrrà effetti ancor più nefasti allargando alla regione il conflitto. Se hanno chiuso gli occhi di fronte a questa eventualità è bene che li aprano perché dopo la prima bomba o il primo missile mare-terra che colpirà il suolo siriano, dovranno necessariamente vedere all’opera gli hezbollah libanesi, armati da Assad minacciare se non attaccare postazioni israeliane (per inciso in Limina c’è un contingente di pace italiano che inevitabilmente, e suo malgrado, si troverebbe coinvolto negli eventi). Così come non potranno ignorare l’insorgenza del mondo sciita contro quella che non soltanto i jihadisti di professione definiscono una “provocazione” ed un attentato alla sovranità siriana, e tra gli sciiti ci sono iracheni ed iraniani per una volta uniti contro uno stesso nemico. Il “mite” e “ragionevole” Rohani, neo presidente dell’Iran, non starà con le mani in mano e se finora gli ayatollah hanno offerto ad Assad tutte le coperture di cui ha avuto bisogno, possiamo essere certi che non si tireranno indietro dopo l’intervento militare anglo-americano.

Naturalmente, forte del fatto che l’Onu finora non ha dato l’appoggio cercato dagli Usa all’azione bellica, Putin non resterà inerte  a guardare e già nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, insieme con la Cina, farà valere il suo niet. Da tener presente che la flotta russa, come abbiamo segnalato tante volte ed in tempi non sospetti su questo giornale, dall’inizio dell’anno ha aumentato la presenza di unità navali nel Mediterraneo. E non  per far fare una crociera di piacere ai suoi marinai.

L’atteggiamento della Russia sarà il vero snodo del conflitto che si annuncia. Chi pensa che il tutto si risolverà in una puntura di spillo si sbaglia. I prossimi giorni saranno drammatici. E non è detto che l’interventismo dell’Occidente, con un’Europa – tanto per non smentirsi –  divisa ed incerta sulla posizione da prendere, non si trasformi nell’ennesimo boomerang al punto di rafforzare Assad e la sua cricca di criminali.