La follia finanziaria non induce all’ottimismo: è troppo presto per dire che la crisi è alle spalle

Indicatori  compositi del disordine finanziario. È l’indice della gravità delle crisi messo a punto da Carmen M.Reinhart e Kenneth S. Rogoff, i prestigiosi economisti americani che, con le loro ricerche, hanno influenzato il dibattito politico e scientifico legato alla crisi globale d’inizio millennio. Nel fortunato volume Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria,  i due studiosi hanno messo in evidenza il verificarsi di crisi a grappoli in corrispondenza di alcuni snodi che mettono in collegamento paesi diversi e tipologie differenti di crisi. In sintesi, un paese che vive una crisi di tassi di cambio può in breve tempo trovarsi in una crisi bancaria e inflazionistica, in alcuni casi seguita da un default interno ed esterno. Le crisi vengono trasmesse da un paese all’altro tramite un contagio o in virtù di fattori comuni.  Quanto più l’economia globale è interconnessa,  maggiori sono l’influenza e l’effetto domino  che si determinano  da paese a paese,  e tra aree diverse del pianeta.

Viviamo, insomma, sospesi  su un filo di precario equilibrio. Da quando la finanza ha soppiantato l’economia reale, alterando i mercati, mistificando il concetto  di sviluppo e cambiato i paradigmi della ricchezza delle Nazioni, assistiamo a queste cicliche turbolenze che raffreddano gli entusiasmi che animano i pur pallidi segnali di una qualche ripresa che  faccia riprendere fiato. È di tutta evidenza che uscire da una crisi globale è molto più difficile che uscire da una crisi che  colpisce  solo alcuni paesi a livello regionale, come è accaduto per la crisi asiatica del 1997-98. Ma sono proprio quegli indicatori compositi di disordine finanziario  a metterci in guardia dal giudicare semplicemente  di stampo regionale fenomeni che tali  possono apparire ma che hanno natura diversa. La giornata del 21 agosto potrebbe offrire, su scala mondiale, una ulteriore prova alle tesi di Reinhart e Rogoff.  Vediamo perché. Intanto, è ormai  imminente un cambio di strategia   nella politica della Federal  Reserve. Finora l’orientamento della Fed è stato quello di acquistare T-bond, titoli di Stato Usa, a sostegno dell’economia. In cifre, parliamo di 85 miliardi di dollari che ogni mese vengono messi in circolazione dalla banca centrale statunitense. Una somma di danaro enorme che, se ci sarà il cambio di rotta con la chiusura dei rubinetti, provocherà  pesanti scossoni sui mercati.  I soli timori dell’avvicinarsi dell’ora del tampering (termine di cui sentiremo parlare spesso nei prossimi mesi e che sta ad indicare proprio questo cambio di passo della Fed), hanno provocato il brusco calo dei mercati in tutta Europa. Con lo spread tra Btp e Bund tedeschi che è tornato a salire a 247 punti, dopo essere sceso sotto i 230 punti la settimana scorsa, facendo allargare il sorriso del premier Enrico Letta al cospetto della platea ben accogliente del Meeting riminese.

Se piangono le Borse europee, certo non ridono quelle asiatiche. Qui la crisi monetaria sta assumendo contorni che riportano alla mente la crisi del 1997. Crollano la rupia indiana e quella indonesiana, la lira turca è ai minimi termini,  appesantita da una crisi politica e sociale che sta mettendo a dura prova il regime di Erdogan, il bath thailandese non gode di miglior salute.  La crisi monetaria si riflette , ovviamente, sul movimento dei capitali. Dopo anni di crescita e di sviluppo , i Paesi del Brics (Brasile, Russia,India, Cina), registrano un calo del Pil. Il termometro è dato dagli investitori che tornano ad essere attratti dal ritorno alla solidità della locomotiva statunitense.  Si sa che i capitali inseguono le rotte migliori. Con la conseguenza che rischia di crollare in poco tempo anche un’altra “certezza”: quella che assumeva a paradigma della futura crescita mondiale l’impetuosa ascesa di paesi emergenti, con l’esaltazione del turbo capitalismo di marca cinese. Ed è davvero singolare  come i venti di una crisi peggiore di quella del 1997,  che  portò alla fuga di capitali dall’Estremo Oriente e alla bancarotta della Russia, ma che segnò anche i prodromi del crac dei primi hedge fund americani, ritornino prepotenti proprio in concomitanza con la ripresa dell’economia statunitense. Singolare, ma certamente spiegabile. Fatto sta che fintanto che la Federal  Reserve riempiva di dollari l’economia di casa mantenendo i tassi di interesse vicino allo zero, una parte di questa liquidità si spostava verso rendimenti alti, come quelli praticati dalle nazioni emergenti. Un flusso di capitali che andava , come è evidente, a finanziare la crescita di quei paesi. A condizioni di vantaggio  e di profitto invertite, è naturale che ora avvenga l’opposto.

Si tratta di vedere, nel pieno di questa nuova turbolenza, se il fenomeno diventa irreversibile. Se ci saranno correttivi nelle politiche monetarie di quei paesi. Se regimi politici così diversi , e  nel più dei casi autoritari, riusciranno a contenere le ripercussioni sociali che inevitabilmente si determineranno. Brasile e Turchia stanno già offrendo un assaggio di queste emergenze e complessità.  Attenzione però, in un mondo così interconnesso eppure così sbilanciato,è ancora troppo presto per a dire che l’Occidente si è ripreso e che la Grande Crisi è ormai alle spalle.