La crisi non finisce solo perché lo dice Saccomanni (e Letta ci crede)

Berlusconi diceva sempre che la risposta alla crisi fosse l’ottimismo. E tutti giù a insultarlo e dirgli che solo lui, con tutti i soldi che aveva, poteva essere ottimista. Ovviamente lui intendeva dire che i mercati reagiscono agli “umori”, quindi se i consumatori e gli investitori sono terrorizzati o sfiduciati le cose vanno peggio, mentre se si danno segnali positivi c’è più fiducia e l’economia si rimette in moto. Lo capisce anche un bambino e anche Saccomanni ha imparato la lezione. In verità, col precedente della politica dei proclami di Monti e soci, ci sarebbe da essere più cauti. Il Prof, come si ricorderà, annunciava la fine della recessione ogni mese, basandosi sulla convinzione che la sua sola presenza fosse un indicatore sufficiente per ridare fiducia ai mercati. Non ha funzionato allora e non è detto che funzioni adesso. Saccomanni contesta le previsioni del Fmi e della Banca d’Italia che annunciano un’ulteriore discesa. Lui dice che invece una risalita è inevitabile. Inevitabile perché ormai abbiamo toccato il fondo e non si può andare peggio. Però, lo sa anche Saccomanni, non è che uno risale semplicemente perché ha toccato il fondo. Per risalire ci vuole una spintarella, altrimenti sul fondo ci si resta fino all’affogamento. E quindi, ammesso che sia vero che non si può andare peggio, perché alla fine della recessione corrisponda un recupero della crescita sono necessari incentivi veri e potenti. I fondi europei per l’occupazione giovanile sono una mezza presa in giro. Tutti lo sanno ma tutti si nascondono dietro una piccola bugia, sostenendo che il problema strutturale è la disoccupazione giovanile e non la “nuova” disoccupazione” dei cinquantenni che non troveranno ricollocazione. Alle imprese un giovane può costare anche un terzo rispetto a un cinquantenne, ma pensare di risolvere il problema gravissimo dell’eccessivo costo del lavoro rottamando due generazioni e gettando sul lastrico le loro famiglie è una follia. Il volano di cui i produttori e i consumatori hanno bisogno può essere solo la riduzione dei costi dei beni e il conseguente aumento del potere di acquisto. E questo si ottiene con la riduzione della pressione fiscale e dei costi della benzina e conseguentemente del trasporto dei prodotti. La ragioneria dello Stato ovviamente dirà che questo riduce il gettito fiscale e mette a rischio le risorse per la spesa pubblica, ma è chiarissimo a tutti che solo queste coraggiose iniziative possono darci una chance reale di rilancio. Altrimenti per recuperare quello che abbiamo perso ci vorranno tra i dieci e i venti anni. E non è una bella prospettiva.