Il potere forte (le toghe) permetterà mai al potere debole (la politica) di riformare la giustizia?

Sullo squilibrio di  “Poteri” tra magistratura e politica la domanda  più corretta la pone Angelo Panebianco sul Corriere. Che ci sia squilibrio tra le due entità è fuor di dubbio. Peraltro, Costituzione alla mano, definire la magistratura un potere è improprio. I padri costituenti, con lungimiranza e intelligenza, la concepirono come Ordine, autonomo e indipendente da ogni altro potere. Una distinzione non certo priva di significato. Il problema è che , ormai, questa distinzione è saltata. La magistratura è di fatto diventata “potere”, anzi il Potere per eccellenza. Da quando la politica ha smesso di essere tale, perdendo spessore  e capacità di incidere nell’imporre le riforme necessarie, la magistratura ha riempito un vuoto. Di più, si è affermata, come scrive Panebianco, come l’unico “potere forte” oggi esistente in questo Paese. E lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli.  Così stando le cose è immaginabile che essa permetta mai al potere debole, al potere politico, di riformarla? E ammesso che qualche riforma si faccia, è pensabile che  posa essere varata senza il consenso di chi detiene nelle mani la forza maggiore?

La risposta appare scontata. Persino ovvia. Qualche provvedimento che ne migliori l’efficienza, magari rendendo più rapide le cause civili, si potrà pure adottare, questo sì. Ma una vera riforma della giustizia non l’avremo mai, conclude Panebianco. Laddove per riforma della giustizia si intenda una riforma strutturale,  una azione articolata e  ad ampio raggio, che tocchi i nodi di fondo: separazione delle carriere, trasformazione del pubblico ministero da superpoliziotto in semplice avvocato dell’accusa, revisione delle prerogative e dei meccanismi di funzionamento del Csm, cambiamento dei criteri di reclutamento e promozione dei magistrati, riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale, eccetera . Insomma, occorre  farsene una ragione e riporre i sogni nel cassetto. Peraltro, la politica, al di là degli annunci e delle chiacchiere infinite, non è andata. In tanti anni, non è riuscita neppure a varare una legge per impedire l’uso abnorme e pilotato dalle intercettazioni. Secondo l’illustre editorialista non ci sarebbe altro da fare che “aggredire il problema da un’altra prospettiva” . Quale? Mettendo mano alla riforma della politica, ridandole forza, dignità, autorevolezza. In che modo? Con una seria riforma costituzionale che renda più efficace l’azione dei governi, un radicale cambiamento delle modalità di finanziamento dei partiti, una drastica contrazione dell’area delle rendite politiche. Questi ingredienti appaiono essenziali per restituire forza alla politica, ridarle credibilità e metterla nelle condizioni di annullare lo squilibrio di potenza. Certo, ci vorranno anni.  Ma secondo Panebianco non ci sarebbe altra via d’uscita. Al momento, in materia di giustizia, l’unica possibilità che si intravvede, pur con la logica  di una lungimiranza non facilmente rintracciabile, è quella di ricominciare dall’inizio:  dai corsi di studio in giurisprudenza; dalla accurata costruzione delle competenze per chi vuole fare il giudice; dalla formazione aggiornata di funzionari, magistrati e amministratori; da un addestramento più appropriato per chi è chiamato a decidere e lo fa, spesso e soltanto, non per via teorica  e non sulla base di una valutazione complessa, cui non sfugga l’analisi dell’impatto  della applicazione di una norma astratta sul piano sociale ed economico.

Fin qui il ragionamento non fa una piega. Lo sottoscriviamo in pieno. Se non fosse che questa sorta di “strategia indiretta” proposta per aggredire  un problema apparso finora irrisolvibile, richieda tempi non adeguati all’emergenza nella quale ci troviamo. E non ci riferiamo  al caso Berlusconi che ha scosso l’opinione pubblica. Ci riferiamo, più ampiamente, allo stato attuale del Paese, alle sue condizioni economiche e sociali, alla crisi dalla quale si fatica a venir fuori. Condizioni alle quali , come il caso Ilva insegna, la magistratura non  sembra offrire  contributi positivi per individuare una soluzione soddisfacente. E’ vero che la Politica, per recuperare senso e credibilità, deve dimostrare di aver fatto tesoro degli errori; correggere abusi, storture, soprusi; adottare atteggiamenti  più consoni alla sua funzione servente; cancellare la buona dose di arroganza da cui è pervasa e ristabilire stile e comportamenti.  Ma è altrettanto vero che una buona dose di autocritica la si dovrebbe chiedere, con ugual  forza, a  quella magistratura che ha smesso di considerarsi  Ordine,  rompendo gli argini e dilagando fino ad ergersi a tutrice esclusiva della moralità pubblica. Una magistratura che fissa spesso su teoremi privi di fondamento la propria tesi accusatoria,  talmente fuorviante da apparire più un  pregiudizio che un giudizio. Una magistratura che è essa stessa Casta perché si autoregola e si autodisciplina nel sacrario del Csm, dove fa gioco l’appartenenza ad una corrente piuttosto che ad un’altra. Questo  vale per le promozioni, le destinazioni, la carriera di ogni giudice.  Una Casta che ha imparato a difendersi e che sa attaccare al momento giusto. Ad una mente lucida non può sfuggire che lo scontro  tra politica e magistratura è ormai diventato scontro politico a tutto tondo. Il guaio è che, nel mondo politico, c’è ancora chi pensa di lucrare sui guai degli altri. E tarda a comprendere che la sfida  del cambiamento per una Giustizia giusta richiede coraggio e determinazione. Non  querule lamentazioni o sterili anatemi.