Hiroshima e Nagasaki: 68 anni fa quell’uno-due spietato che piegò l’impero giapponese

Ecco cosa disse nel 2010 l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio: «Il possesso di armi atomiche può causare la distruzione dell’umanità, perché quando l’uomo diventa superbo, crea mostri che finiscono per sfuggirgli di mano». La tragedia e le oltre duecentomila vittime non hanno migliorato l’umanità, perché certi errori continuano a essere commessi, ma certo l’ha fatta – e la fa – riflettere.Come ogni anno, il Giappone ha ricordato l’olocausto nucleare che il 6 agosto del 1945 distrusse Hiroshima e tre giorni dopo Nagasaki. Città passate alla storia per quello che fu il primo e finora l’ultimo utilizzo di un’arma micidiale da parte degli Stati Uniti che non riuscivano ad avere ragione del nemico. Hiroshima ha ricordato il 68° anniversario del bombardamento atomico della città in una cerimonia per rimarcare, tra l’altro, l’eliminazione delle armi nucleari sia l’unica via praticabile. La commemorazione, svoltasi Peace Memorial Park e trasmessa in diretta dalla tv pubblica Nhk, ha avuto il momento più toccante alle ore 8:16 locali (1:16 in Italia), orario dello sganciamento sul finire della Seconda guerra mondiale di “Little Boy”, l’ordigno che sorprese una intera comunità (quello di Nagasaki si chiamava “Fat man”, ndr), con un minuto di silenzio a memoria di una tragedia costata centinaia di migliaia di vite umane. Presenti il premier nipponico Shinzo Abe, il sindaco della città Kazumi Matsui e, per il terzo anno, l’ambasciatore americano John Roos, insieme ai rappresentanti delle potenze nucleari, come Regno Unito, Francia e Russia (non la Cina) e di numerosi altri Paesi, nonché delle popolazioni colpite dalla grave crisi del 2011 ancora irrisolta della centrale nucleare di Fukushima. Pochi sanno che quelle di Hiroshima e Nagasaki  furono la seconda e la terza esplosioni nucleari della storia, perché venti giorni prima Washington aveva effettuato un lancio per così dire di prova nel deserto del Nuovo Messico, ad Alamogordo, con un ordigno chiamato “The Gadget”, che fu soddisfacente. I bombardamenti furono effettuati con i celebri aerei B-29, progenitori degli attuali B-52, soprannominati le “fortezze volanti”. La verità è che sul fronte del Pacifico gli Stati Uniti avevano perso già 400mila uomini, e si calcolò che l’invasione delle isole giapponesi sarebbe costata quattro volte tanto, data la filosofia nipponica secondo cui arrendersi è un disonore. Così il presidente Harry Truman decise di “accorciare” la guerra e di spettacolizzarla, poiché quella dimostrazione di potenza distruttiva avrebbe dovuto fare rumore in tutto il mondo. E così fu. Anche per questo fu deciso di non sganciare le bombe su obiettivi militari ma civili, cosicché l’effetto psicologico avrebbe accelerato la resa, anche se Hiroshima (allora di 250mila abitanti), per la verità, aveva un importante arsenale militare. Inoltre in quella zona non c’erano campi di prigionia militari. Così arrivò il 6 agosto, che seguì ad alcuni giorni di cielo coperto, che rendeva impossibile il bombardamento. I radar giapponesi videro solo tre aerei stranieri entrati nel cielo nipponico, e non ritennero di far alzare in volo i caccia, gli efficientissimi “Zero”. Un solo aereo, Enola gay, lanciò la bomba, e passarono alcune ore prima che Tokyo e il Giappone si rendessero conto di cosa veramente fosse successo. Il 9 agosto la scena si ripeté: dopo aver fallito la città di Kokura gli aerei, due, si diressero verso Nagasaki, che era l’obiettivo secondario, indisturbati perché i giapponesi li credevano semplici ricognitori. La bomba esplose un po’ fuori obiettivo, quattro chilometri a nord, ma il computo delle vittime fu egualmente agghiacciante: in 40mila venero uccisi subito, altri 50mila furono feriti e molti morirono negli anni successivi per avvelenamento da radiazioni, come ad Hiroshima. Il 15 agosto il governo giapponese si arrendeva. E forse fu il primo atto della Guerra Fredda, perché è indiscutibile che con questi argomenti la Casa Bianca potesse trattare diversamente al tavolo dei vincitori.