Gli italiani non rinunciano alle vacanze cubane: ma non c’è nessun Paradiso per i figli di Fidel….

C’è crisi, 6 milioni di italiani non vanno in ferie e chi non rinuncia sceglie mete low cost affidandosi anche alle offerte last minut su internet. Tra queste spicca per varietà di offerte ( e tasche) Cuba, l’isola caraibica che affascina per vari motivi, la natura straordinaria, alcune “perle” patrimonio Unesco, come Trinidad e L’Avana e, soprattutto, la curiosità di vedere da vicino cosa significa vivere in uno degli ultimi “paradisi” comunisti rimasti sulla terra. La nostra guida ci accoglie subito con una frase: «Qui non è il paradiso…». Certo, con una doppia moneta che tiene a dieta stretta i cubani – il cuc – e il pesos cubano buono a comprare beni di terza, quarta scelta, più che riso, pollo, verdura e fagioli non si mangia. La nostra guida che lavora in una delle due uniche agenzie turistiche di Stato guadagna 17 cuc al mese (un cuc vale un dollaro) che convertiti in pesos (un cuc vale 25 pesos) – gli consentono di sopravvivere col poco indispensabile. Il guaio è che che molti generi che noi consideriamo ormai “patrimonio dell’umanità” – latte, carne bovina, elementari elettrodomestici, shampo e sapone – sono disponibili solo in cuc: un turista spende solo in cuc e trova quindi prezzi simili a quelli correnti in Italia e in Europa, ma un cubano per comprare il latte per i figli che hanno superato i cinque anni (prima è gratuito), dovrebbe impegnare oltre la metà del suo stipendio. Il che non accade. Insomma, Cuba non corrisponde alla visione disneyana che ne dà Gianni Minà. I cubani sono rassegnati a uno stato di perenne sofferenza. Gli autobus delle linee di prima qualità, con monitor e aria condizionata, si pagano, guarda caso, in cuc e, naturalmente, viaggiano vuoti. Quelli per “poveri”, più abbordabili, viaggiano stracolmi. Ma a Trinidad e nei piccoli centri si preferisce l’asinello o la bici. La nostra guida, un intellettuale laureato in storia e filosofia, non ha alcun interesse a dipingere uno stato di sofferenza come il Paese di Bengodi e afferma: «Tutte le contraddizioni del comunismo abitano a Cuba». Gli unici due risultati acquisiti, dice, sono una Sanità e un’Istruzione pubblica eccellenti. Quanto alla prima, una disavventura ci ha (purtroppo) confermato che è vero: le strutture sono da dimenticare, ma il personale, l’umanità e le attrezzature lasciano di stucco. Ma questo non basta, quando le libertà più elementari sembrano una meta ancora lontana da raggiungere. Internet è tabù – costa un’enormità collegarsi e occorre fare domanda allo Stato – due soli sono i canali tv, entrambi di propaganda, e il nostro mentore non è affatto contento. Sogna una riforma del sistema statalista – che non mette mai in discussione – ma ha scarsa fiducia che Raul Castro possa stravolgere le linee guida di Fidel. «È un militare….», ci dice storcendo il naso. E quanto all’ultima trovata di facciata, ossia liberalizzare i visti per poter viaggiare all’estero, a che serve, se uno stipendio medio non basta a pagare una quota aerea individuale? L’aereo su paga in cuc, ma servono per mangiare. Ecco, finché l’ipocrisia di chi usa Cuba politicamente per testimoniare le magifiche sorti e progressive del socalismo realizzato non verrà deposta, su Cuba continueranno ad aleggiare favole romantiche. Diffidare dei “laudatores” interessati. Meglio recarvisi di persona, come molti italiani quest’anno stanno facendo. Potranno soppesare da soli e luci e le molte ombre di un sistema fuori del tempo.