Condanna a Berlusconi: il problema non è se la legge è uguale per tutti, ma se lo è la giustizia

La condanna e possibile espulsione dalla politica di Berlusconi ha scatenato un dibattito che, come sempre, è caratterizzato da toni alti, ma da profondità zero. Solo strilli – da una arte e dall’altra – e slogan. Quello della sinistra è, ovviamente, che «la legge è uguale per tutti». Viene naturale dopo l’identificazione dell’ex-premier con il campione delle leggi ad personam e il “nemico della Magistratura”. La risposta scontata e nemmeno tanto peregrina è che forse è la Magistratura a essere sua nemica e non il contrario. Ma il dibattito posto in questi termini è senza sbocco: o Berlusconi è la persona peggiore della storia e “finalmente” qualche coraggioso magistrato gli ha dato il dovuto castigo, o Berlusconi è un perseguitato e solo ora, dopo centinaia di tentativi falliti, i suoi persecutori sono riusciti a realizzare il loro piano criminale di condannare un innocente per privarlo del suo diritto di impegnarsi in politica. Nessuno si è interrogato, fosse anche solo per interesse accademico, su quanto grave sarebbe l’eventualità che siano i sostenitori di Berlusconi ad avere ragione. Se fosse vero che in Italia è possibile condannare un innocente solo perché è politicamente opportuno farlo, se fosse vero che in Italia la legge – come nelle peggiori dittature e nelle più squallide repubbliche delle banane – viene usata con totale arbitrio per umiliare o annientare chi sta antipatico a chi ha il potere di amministrarla, quanto più grave sarebbe rispetto all’eventualità che un truffatore o un evasore fiscale riesce a farla franca? Se dovessimo anche solo ammettere che esista la possibilità che in Italia non solo non siamo tutti uguali dinanzi alla legge, ma che non esiste la garanzia di ottenere un trattamento secondo giustizia, che ci sono magistrati che fanno del loro potere un uso improprio o addirittura ignobile, che usano i tribunali per prendersi delle soddisfazioni personali o per perseguire scopi di parte nel totale disprezzo della dignità e dei diritti dei cittadini, cosa resterebbe dello Stato, della società civile, delle istituzioni, della convivenza, della dignità nazionale? Quindi, al di là della soddisfazione o dello scandalo per il dramma personale del cittadino Berlusconi, non è su questo preciso aspetto che dovremmo tutti interrogarci e pretendere un risolutivo approfondimento? Viviamo o no in una Nazione dove un tizio – o una tizia – che ha nelle sue mani la nostra vita, la nostra dignità, il nostro onore solo in virtù del fatto che ha vinto un concorso (e sappiamo in quanti casi in Italia anche questo non sia una garanzia di adeguatezza), può distruggere un innocente e i suoi cari, il suo lavoro, il nome della sua famiglia per un semplice dispetto o per incompetenza? Per decenni ci siamo abituati a considerare l’Italia il Paese degli errori giudiziari come se si trattasse di uno dei tanti aspetti pittoreschi del nostro strano modo di vivere. Poi, all’improvviso, questo o quel personaggio si è messo a dire che non si può mettere in discussione l’operato della magistratura e tutti si sono adeguati facendo finta di credere davvero nell’infallibilità di una categoria professionale quasi fosse discesa dal cielo. Ora facciamo finta di crederci a seconda se la sentenza ci piace o no, a seconda se hanno condannato uno che ci sta simpatico o assolto uno che ci sta antipatico. Uno Stato, senza giustizia, che cosa è? Che ci sta a fare? Quale peggiore traditore della legge – ma soprattutto del popolo e della sua Patria – è uno che ammantato di autorità fa scempio della giustizia? C’è veramente qualcuno così abbrutito da pensare che sia peggio un evasore o fosse pure un ladro di uno che, scientemente, mette in carcere un innocente? A volte le domande da porsi sono semplici, ma le risposte pesano come pietre. Tra un colpevole in libertà e un innocente in carcere, cosa vi appare più mostruoso, ignobile, intollerabile? Togliete il nome e a quell’uomo e ponetevi la domanda. Poi guardatevi allo specchio.