Chi parla di “lacrime del Caimano” conosce solo il colpo del coniglio

Qualcuno le ha definite le “lacrime del Caimano”. Un termine sprezzante per liquidare la commozione di Silvio Berlusconi, nel corso del suo comizio più drammatico. Il pianto del leader politico, fin dai tempi di Demostene, ha sempre guadagnato il rispetto anche dei nemici più irriducibili. Le cronache più recenti, raccontano tra i precedenti passati alla storia, quella della assise di fieri avversari democratici, rispettosamente in silenzio, davanti alla lacrime di George W. Bush, durante la cerimonia di insediamento. A nessuno venne in mente di ironizzare. Si dirà: ma sono americani e il loro motto è “Giusto o sbagliato, è sempre il mio Paese”. Allora basterebbe ricordare i peana per l’umanità di Achille Occhetto. Correva l’anno 1989 e nessuno degli avversari davanti al suo pianto dirotto, alla Bolognina, dopo lo scioglimento del Partito comunista, ebbe parole di irrisione o di scherno. Nessuno mise in dubbio la buona fede dell’ultimo segretario della storia del Pci. Di lacrime è bagnata la storia della politica della sinistra italiana. In tempi più recenti le cronache e i fotografi hanno immortalato le lacrime di Livia Turco e quelle di Elsa Fornero, ma anche la commozione di Walter Veltroni in alcune cerimonie pubbliche.

Proprio la Turco espose come un pregio e non un difetto, la sua propensione alle lacrime, se la prese con l’analfabetismo emotivo, contro i colleghi politici, colpevoli di essere gelidi: «C’è un atteggiamento maschile ipocrita – aveva detto l’allora ministro della Solidarietà sociale – Non mi rompano le scatole: i sentimenti sono parte integrante della politica e i miei colleghi uomini grondano di passioni non dette». Perché il pianto di un avversario, in politica, è come come quando un pugile mette il ginocchio sul tappeto, nella boxe. In quel momento, l’avversario, anche il più spietato, deve fare un passo indietro e attendere che ritorni in posizione di guardia. Chi colpisce l’avversario in quella fase del match, sferra il “rabbit punch”: il colpo del coniglio.