Altamente sconsigliabile un’altra “guerra umanitaria”. L’Occidente scopre tardi che in Siria è in corso un genocidio

L’Occidente se l’è presa comoda, come sempre. Alla fine ha però realizzato che la guerra civile siriana, i massacri ordinati da Assad, l’equivoca resistenza al regime sostenuta da elementi jihadisti e qaedisti, non bastavano a fargli prendere coscienza della gravità della situazione determinatasi nel Paese e nell’area. Ci voleva la scoperta dell’uso di armi chimiche cui ha fatto abbondante ricorso il tiranno di Damasco per indurre America ed Europa a prendere coscienza dell’ “oscenità morale” (così l’ha definita la Casa Bianca) perpetrata in quelle contrade percorse da tempo immemorabile dall’orrore.

La teoria infinita di bambini uccisi, di inermi scomparsi nel nulla, di famiglie sterminate, di un’ordalia tra clan e tribù prima che tra eserciti contrapposti non ha indotto l’Onu ad intervenire come avrebbe dovuto, né la comunità internazionale a prendere serie misure per arginare il fiume di sangue che scorre per le vie della Siria. Soltanto ieri ispettori delle nazioni Unite, rischiando la pelle, hanno effettuato ispezioni tese a comprovare l’impiego di gas. Gli Stati Uniti dicono di avere le prove. La Gran Bretagna, come al solito, accetta a scatola chiusa le convinzioni di Washington. Entrambe chiamano quell’Occidente fino a pochi giorni fa distratto alle armi.

Ma vale la pena davvero ingaggiare un’altra “guerra umanitaria” per “esportare la democrazia” dopo i fallimenti in Somalia, in Iraq, in Afghanistan, in Libia? Punire i crimini contro chi viola così orrendamente i diritti umani e dei popoli è un dovere da parte di tutti. Imbarcarsi in altre guerre che rischiano di perpetuare angosciosi drammi civili nelle popolazioni colpite ed in quelle che sono chiamate all’intervento, ci sembra tuttavia fuori luogo alla luce delle esperienze ricordate.

L’ultimo caso, la distruzione di Gheddafi, programmata a tavolino da Sarkozy (per motivi tutt’altro che umanitari), che cosa  ha portato? In Libia si sta peggio che nel passato: gli epigoni del colonnello non sono migliori di lui; della democrazia non si vede neppure l’ombra; l’Italia in particolare ci ha rimesso commesse ed affari fiorenti a vantaggio della Francia. Non sembra che in Iraq risplenda la primavera promessa dagli americani, mentre a Kabul e dintorni i talebani fanno il bello ed il cattivo tempo: noi, noi italiani intendo, continuiamo a contare morti. E chiamiamo tutto questo “missioni di pace”.

Non vorremmo che per debellare un dittatore sanguinario come Assad, sostenuto – non dimentichiamolo – anche da Putin che dal febbraio scorso sta muovendo la sua potente flotta nel Mediterraneo con base sulle coste siriane, ci imbarcassimo nella guerra di Obama per il quale, evidentemente, è venuto il tempo dell’impegno in Medio Oriente, guarda caso, così come accadde quando si spinse per intervenire in Iraq, vale a dire con il pretesto delle armi chimiche.

Sistemi di dissuasione ce ne sono: opzioni diverse dall’intervento militare  possono e devono essere esplorate. Anche per non ricadere negli errori del passato cominciati con il bombardamento di Belgrado voluto dalla Nato e senza risolvere un bel niente. La soluzione politica e diplomatica non sembra alla portata? Forse è il caso di individuare un’alternativa al regime di Assad e su questa fare leva, prima di bombardare a tappeto un Paese ridotto già ad un immenso cratere di morte e di miseria.

L’America, naturalmente, può fare ciò che crede. Ma sarebbe davvero intollerabile che l’Unione europea, senza una politica estera e di sicurezza unitaria, si accodasse ai desiderata di Obama. A quale fine? Piangere altri caduti? E’ altamente sconsigliabile. Le guerre non sono mai “umanitarie” e la democrazia non è merce che si esporta. Lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. E’ il caso che ognuno si faccia la sua di guerra.