Addio a Franco Troiani, storica “voce” del “Secolo d’Italia”

Un piccolo-grande pezzo di anima missina ci ha lasciato. Franco Troiani, classe 1924, fino al 1984 la “voce”del Secolo d’Italia, è spirato tra i suoi cari nel suo buen retiro di Balsorano, ai confini tra l’abruzzese Marsica e la laziale Ciociaria.  I funerali verranno celebrati mercoledì 21 agosto nel centro abruzzese. Troiani apparteneva a pieno titolo al mondo dei ragazzi di via Milano.  Ed è impossibile per chiunque abbia fatto parte della vecchia redazione del Secolo d’Italia non serbarne un ricordo caldo e commosso. Chi telefonava  al nostro giornale passava per il suo filtro rigoroso e intelligente. Capiva al volo, Troiani, se si trattava  di un cosa seria o di una inutile seccatura.

Ma non era solo lì,  nella sua indubbia professionalità, la sua forza. La forza di Troiani era anche e soprattutto nella sua testimonianza ideale. Dopo l’8 settembre del 1943 si arruolò come sottotenente nella Decima Mas. La guerra se la fece tutta in prima linea. Prima sul fronte di  Nettuno, poi su quello di  Cassino e poi ancora al Nord. Dopo il 25 aprile del ’45, riuscì a sfuggire ai “tribunali del popolo”. Si rifugiò per qualche tempo in Spagna. Nel 1948, rientrato in Italia, si iscrisse al Msi e partecipò alle prime, dure battaglie per l’affermazione del partito. Al Secolo approdò alla fine degli anni Cinquanta. Era, a suo modo, un personaggio. Non faceva nulla per nascondere la sua fede politica. Quando arrivava, lo sentivamo fischiettare il motivetto di qualche vecchio inno mentre saliva di corsa le rampe dei tre piani  che portavano in redazione. Ma non c’era alcuna ostentazione. Apparteneva a un mondo di idealità e di rigore morale che intendeva testimoniare con coerenza. Incarnava perfettamente l’umanità missina della prima ora. Grande coraggio e un cuore grande come una casa, come anche Peppe De Rosa altro leggendario personaggio del mondo di via Milano. I suoi occhi si facevano spesso lucidi quando raccontava dei suoi camerati caduti.

Talvolta  era il primo a darci le notizie. Quando il telefono gli dava un po’ di tregua, dava un’occhiata alle telescriventi che battevano i dispacci di agenzia (all’epoca non esistevano i collegamenti telematici). Fu lui a informarci dell’attentato a John Lennon, con queste parole: «Hanno accoppato il capo mondiale dei capelloni!». Non saprei dire, ancor oggi, che tipo di sentimenti esprimesse in quel momento il suo volto. Troiani, come tanti vecchi missini, era fatto così: non si capacitava di quella che riteneva fosse la dissoluzione morale della gioventù e della vita contemporanea. Nel suo grande cuore campeggiava l’immagine di un’Italia onesta, laboriosa e pulita. E quell’immagine non si stancava mai di trasmettercela.