Wimbledon visto da sinistra: per Travaglio & C anche un bravo tennista, se è di destra, diventa un brocco

Chi ha letto “Open”, la deliziosa biografia di André Agassi, ha imparato che una partita a tennis è un’interminabile seduta di psicoanalisi freudiana più che una sfida tra due persone che si respingono sdegnosamente un’innocua pallina gialla. Ma il tennis è anche il settore della vita dove regna indiscussa un’ospite spesso indesiderata o ignorata dalla competizione umana: la meritocrazia. In ogni momento della sua vita agonistica, il tennista sa quanto vale, ha un ranking, una posizione in classifica che lo segue ad ogni game, ad ogni set, ad ogni match ball. E lo colloca in una graduatoria mondiale nella quale si muove come un indice Mibtel, uno spread, un punto di Pil.

Se ciò accadesse anche nella vita reale, se un idraulico, un artista o un politico sapesse di essere il numero 67 del mondo, si considererebbe un genio, l’esponente di un’èlite, un uomo di successo. Perfino un bravo giornalista del Fatto Quotidiano, se sapesse di essere – nel mondo, nell’universo, nella totalità del Creato – il 67esimo tra i più bravi, forse quel numeretto se lo farebbe tatuare in fronte. Ma chissà perché quando questo giornalista si trova a raccontare le gesta sportive di un tennista italiano, quel numeretto diventa un’infamia, un termine di paragone imbarazzante per altri, il marchio di un fallimento sportivo.

Capita per esempio che sul quotidiano di Marco Travaglio, Il Fatto, Andrea Scanzi nell’annunciare il successo a Wimbledon del giovanissimo Gianluca Quinzi al torneo juniores, ponga una lunga serie di dubbi sul futuro sportivo del nostro talento tennistico. “Lì ha vinto anche Nargiso”, è l’attacco ironico dell’articolo di Scanzi, che si fa portavoce di misteriose commentatori per i quali la storica vittoria al torneo “orange” del tennista napoletano Diego Nargiso (nel 1987) suonerebbe come un triste presagio per Quinzi.

Ora, a parte che Nargiso per anni è stato il trascinatore della nazionale italiana in Coppa Davis raggiungendo per due volte semifinale e finale e ha anche rappresentato per tre volte l’Italia alle Olimpiadi, a giudizio di Scanzi l’essere stato tra i 67 tennisti più forti del mondo – su sette miliardi di abitanti – è da considerarsi un’ignominia. Premesso che Nargiso non era certo un fuoriclasse e che nel mondo non tutti giocano a tennis, il motivo di tanto accanimento è però ben spiegato al rigo dieci: “Di Nargiso si ricordano soprattutto i rovesci (elettorali) con Forza Italia e Alleanza nazionale”, scrive Scanzi. Ecco il punto: Diego Nargiso osò candidarsi con la destra. E in quel momento la sinistra lo derubricò alla voce “brocco”, confinandolo tra le erbacce del centrale di Wimbledon.

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