Via libera della Camera al decreto “del fare”. Tensione in aula su Napolitano. Salta il vertice M5S-Letta

Dopo tre giorni di maratona oratoria  –  due giorni e due notte di sedute fiume – dovute all’ostruzionismo dei Cinquestelle come arma di ricatto per far slittare a settembre il ddl di riforma costituzionale, alle 13 la Camera ha approvato il decreto del fare. Su 480 presenti e nessun astenuto, i sì sono stati 344 sì, i no 136 no. Ora il provvedimento passa a Palazzo Madama dove già Scelta Civica ha annunciato la “riapertura del cantiere” visto «il teatrino ostruzionistico a cui abbiamo assistito a Montecitorio». Tanti i nodi ancora da sciogliere: dal tetto agli stipendi per i manager fino al Durt uno strumento che aggiunge ulteriori oneri burocratici  passando per le norme in materia di energia. Salta, come era nell’aria, l’incontro previsto per oggi tra il premier Letta e la delegazione parlamentare pentastellata. Sul tavolo di discussione proprio l’ostruzionismo del movimento che continua a chiedere lo spostamento a settembre del disegno di legge costituzionale. Il vertice, cui dovevano partecipare anche il ministro per i Rapporti con il Dario Franceschini, e quello per le Riforme costituzionali, Gaetano Quagliariello, è stato invece cancellato. Anche questa notte i deputati Cinque Stelle sono intervenuti a raffica per la dichiarazione di voto finale (ciascuno aveva a disposizione dieci) nell’Aula presieduta quasi interrottamente dal vicepresidente Roberto Giachetti (che ha sospeso la seduta fiume per soli cinque minuti per una pausa tecnica attorno alle 3). Presente un rappresentante del governo, oltre ad alcune “sentinelle” degli altri partiti. Momenti di forte tensioni si sono registrati in aula tra il Movimento 5 Stelle e la presidente della Camera. Un remake di quanto è accaduto la settimana scorsa con i presidente del Senato, Pietro Grasso. La bagarre è scoppiata quando Andrea Colletti ha fatto riferimento al presidente della Repubblica «che funge da presidente del Consiglio e forse da capo indiscusso del Pd e del Pdl, deve capire che non siamo in una monarchia costituzionale con a capo re Giorgio primo». Immediata la replica della Boldrini, «lei non può parlare così del presidente della Repubblica, ne abbiamo già parlato, non può chiamare in cauysa il capo dello Stato». Infastidita e ironica la risposta di Colletti, «non ho fatto nomi, comunque se non si può fare riferimento all’Innominabile, chiamiamolo così». Dopo il botta e risposta è intervenuto il deputato di Fratelli d’Italia, Massimo Corsaro, per criticare la teoria della presidente della Camera: «Se c’è qualcuno che non può essere citato, i regolamenti parlamentari dovrebbero dirlo. Così, chiediamo subito la convocazione della Giunta per il regolamento per scrivere che il presidente della Repubblica non può essere nominato. Attualmente non esiste alcun divieto di citazione».