Un testo abborracciato e confuso per avviare l’eliminazione delle Province

Più che  “svuota poteri”  avrebbero dovuta chiamarla  legge “svuota coscienze”. Perché la legge transitoria, varata dal governo per avviare la eliminazione delle Province, contiene una serie di incongruenze, strafalcioni  e limiti costituzionali da far pensare  che sia stata presentata in fretta e furia solo per mettere a posto la coscienza dei partiti che hanno fatto della cancellazione di quest’ente  la madre di tutte le battaglie e che sono usciti scornati dalla bocciatura della Consulta della riforma firmata dall’esecutivo di Mario Monti. Se si cercava una conferma della sciatteria e della pessima qualità con cui vengono scritte le leggi nel nostro Paese, con  questo testo abborracciato e confuso si è offerta una prova superlativa.

Intendiamoci, nessuno è convinto quanto noi che le Province andassero cambiate e riformate. L’altro giorno abbiamo invitato, su queste stesse colonne, a riflettere e a non trascurare  le analisi e gli studi della Società Geografica italiana  , basati su un solido piano scientifico. Più volte  abbiamo richiamato l’esperienza di  quei Paesi europei, come Francia, Germania e Spagna, dove il concetto del governo dell’area vasta , qualcosa di più ampio del comune e meno estesa rispetto alle regioni, trova espressione e funzione in organismi  appropriati; dove alla visione di una corretta pianificazione strategica di un territorio non sfugge l’esigenza di un coordinamento che ne integri le potenzialità e ne esalti la forza propulsiva; dove la ricerca di un livello di omogeneità tra le diverse aree non mortifichi valori e differenze, che pure fanno dei territori uno straordinario capitale; dove la promozione dello sviluppo non è una idea  che cala dall’alto, ma una costruzione razionale e proficua che muove dal basso, intercetta pulsioni, incrocia  giacimenti di cultura produttiva, esperienze preziose sedimentate nel tempo e nello spazio; dove la trasformazione dei processi lavorativi, in epoca di post-fordismo, e le innovazioni tecnologiche aprono frontiere inesplorate che richiedono più  governance  per  gli ambiti  ottimali, e, quindi, soggetti istituzionali con un elevato grado di terzietà, cui spetti il compito di  contenere e convogliare in un disegno coerente ed armonioso gli innumerevoli portatori di interessi ,economici e politici, esistenti; dove, insomma, non  si procede alla cieca, quando si fanno riforme che toccano delicati equilibri istituzionali  e , se proprio si deve risparmiare, lo si fa con interventi sensati, non  potando qua e là per accumulare legna e fare bottino, senza sapere cosa accadrà una volta dismessa l’accetta.

Ha detto il ministro Delrio, commentando l’indebita potatura, che il governo è  pieno “ di speranze e fiducia, non di certezze”. Ironia  a parte,  è davvero un bel modo di presentare un disegno di legge che fa acqua da tutte le parti. Eccesso di critica da parte nostra? Vediamo. Intanto non è affatto chiaro quanto durerà la fase transitoria. Sapendo che non c’è nulla di più duraturo del provvisorio, c’è poco da stare allegri. Né si sa se le assemblee dei sindaci, chiamate a sostituire gli attuali consigli provinciali, resteranno così come sono state disegnate, con poteri limitati e a costo zero. Ma la incongruenza maggiore riguarda le città metropolitane.  Sono più di trent’anni che se ne discute. Una volta inserite in Costituzione, sembrava che dovessero finalmente uscire dalla nebbia e assumere corpo e contorno. Invece, restano ancora sulla carta. Il testo uscito dal consiglio dei ministri prevede che le 10 grandi aree urbane del Paese (da Milano a Roma, da Bologna a Reggio Calabria), dove vive un terzo degli italiani, diventino un solo territorio, risultante dalla fusione di comuni e provincia in un unico organismo di governo. Tutto questo dovrebbe avvenire nel 2017. Nel frattempo chi tira le fila e esercita le funzioni ora spettanti alle province è il  comune capoluogo. Insomma , Roma e Milano , tanto per esser chiari, dovranno occuparsi oltre che dei rispettivi hinterland  e delle proprie periferie, anche dei comuni limitrofi. Operazione complicatissima. Dall’esito più che dubbio.

A provocare non pochi problemi è il fatto che la città metropolitana non coincide necessariamente con la provincia: l’adesione dei comuni è, infatti, su base volontaria e richiede la contiguità dei sistemi urbani. Prendiamo la Provincia di Roma. La sopravvivenza di una provincia di Roma distinta dalla città metropolitana  rischia di provocare una proliferazione dei livelli territoriali, con inevitabili sovrapposizioni e conflitti di competenze. Senza contare che l’ipotesi di far confluire in altre province i comuni non rientranti nella città metropolitana  verrebbe vista con sfavore dalle popolazioni. Ben difficilmente queste ultime accetterebbero di vedersi esclusi dal nuovo ente dotato di uno status  particolare. Questo vale per Roma come per Milano e le altre città metropolitane. Non solo.  Da che esistono i comuni capoluogo e le capitali, esiste anche il rischio “gigantismo”, con il più grande che si mangia il più piccolo. Il caso di Parigi, che è contemporaneamente comune e dipartimento, ha dimostrato come l’ente più forte tenda a fagocitare  la città metropolitana. Si immagini cosa potrà accadere da noi. In ogni caso, avremmo un evidente squilibrio tra il comune capoluogo e i restanti comuni in termini di patrimonio, mezzi, personale, popolazione amministrata e complesso di funzioni esercitate. Insomma,  a noi pare che il rimedio sia peggiore del male.