Siamo nella Torre di Babele, per uscirne servono idee nuove. Solo con quelle la destra può rigenerarsi

Ogni giorno porta la sua pena. Anzi, le sue pene. Tra l’ennesimo declassamento delle non più sopportabili agenzie di rating; i richiami del solito Olli Rehn dalla cattedra di Bruxelles  a “mantenere il deficit sotto il 3 per cento del Pil nel 2013” ; i guai giudiziari di Berlusconi, inaspriti dalla inedita velocità della Cassazione, in un Paese sotto botta in Europa per la proverbiale lentezza della giustizia; la confusione che regna sovrana nel governo in materia di Imu, di Iva, di alienazione del patrimonio pubblico per far cassa ed abbattere il debito; la cessione su larga scala dei marchi italiani dal passato glorioso e dal nome altisonante, lasciati soli (senza sostegno dello Stato e delle banche) a  far fronte alle frenetiche scalate delle aziende multinazionali straniere; i dati  di Agicom che fotografano un Paese terribilmente in ritardo nell’accesso a Internet (solo un italiano su tre è connesso;  Quatar, Cile e  Messico stanno messi meglio di noi ), con una penetrazione della banda larga che riguarda solo il 23 % della popolazione e il 55 % delle famiglie (in Europa la media è del 72 % delle famiglie e il 28 % della popolazione); con tutto questo sversamento  di  fattori negativi  e di indicibili arretratezze strutturali  lo stato depressivo del nostro Paese si accentua.

Il contrario di quel che ci vorrebbe. E’ evidente che ognuno dei problemi citati ( e ne abbiamo enucleato solo una parte) richiede una soluzione specifica. Il guaio è che le soluzioni ritardano  e le situazioni si aggravano. Il gioco al rinvio, tanto caro ad Enrico Letta, non aiuta. Anzi danneggia. Se è facile comprenderne le ragioni, tutte interne alla preoccupazione di  mantenere una minima coesione di maggioranza tra forze politiche che coese non sono, appaino evidenti i danni e le conseguenze che ne derivano. A leggere le dichiarazioni che ogni giorno spuntano come funghi  sulle pagine dei giornali e sui siti web sembra di essere in una Torre di Babele.  Il che  non è proprio una gran novità per il nostro Paese. Il problema , però, come scrive Gian Maria Fara nella Repubblica delle Api, non è come uscire dalla Torre (il che è impossibile) ma perché ci siamo entrati e come gestire al meglio la nostra permanenza all’interno di essa. La risposta che si dà il  sociologo è netta: ci siamo entrati perché costretti e ci viviamo senza prospettive e senza progetti. Le nostre pecche si chiamano: superficialità, presunzione, mancanza di competenza, dilettantismo, assenza di responsabilità. Il tutto mescolato da quella perniciosa idea di usare mezzi artigianali per gestire la complessità.  Sempre i soliti paradigmi per rimediare ai nostri guai. Mai la voglia, lo sforzo inebriante e virtuoso di uno sguardo altro, fuori dal coro, fuori dall’ingranaggio. Il Papa, questo pontefice francescano , nel nome e nello stile, che dà fiato e valore alle cose semplici della vita , che infonde coraggio  dove alligna la disperazione più cupa, che rinverdisce la cristiana missione della lotta contro gli egoismi impuri dell’edonismo, del consumismo sfrenato e dell’annichilimento dei fattori di umana solidarietà, sprona i giovani ad essere trasgressivi, anticonformisti, creativi. A non appiattirsi.

Parole sante, quelle del Santo Padre. Parole al vento, però, se nessuno si prende la briga di trasferirle su un piano di concretezza.   Superando ritrosie e luoghi comuni. Abbattendo stantie formule del passato. Mettendo in campo un Progetto per l’avvenire. Una dimensione alta e altra del vivere collettivo, del procurare beni e servizi, dell’organizzare sistemi istituzionali e creditizi, giudiziari e commerciali. Una volta, oltre al pragmatico lavorio dei governi nella loro quotidianità, c’era il tempo della pausa, della riflessione, del cenacolo. Tempi e modi, stanze e luoghi dove intrecciare pensieri e delineare prospettive. Anche il caos, suggerisce ancora il presidente dell’Eurispes, può avere una dimensione positiva e creativa. Ma non si gestisce la confusione senza fermarsi metodicamente a redigere analisi costi-benefici, senza pianificare ogni singola soluzione, senza superare la fast life , la frenesia artificiosa che fagocita sapori e colori vitali. Quella acerba costrizione che ci immerge nel presente, togliendoci il passato senza offrirci il futuro.  “Fasciati da una ipocondria e da una invulnerabilità di derivazione virtuale-mediatica ci sfugge il macroscopico, il perché, il senso delle cose” .

Stupidamente, abbiamo creduto che la perfezione fosse nell’automatismo: l’automatismo finanziario, l’ automatismo  della Commissione europea, l’automatismo di leggi incongrue e superate, l’automatismo di rapporti politici, sindacali, comunitari superati dal tempo e così via, all’infinito. Nella grande incertezza che agita la Torre di Babele manteniamo almeno un punto fermo: la consapevolezza che la catastrofe odierna non sia solo finanziaria, economica o politica, ma soprattutto culturale. Chi ha osservato come il pendolo ideologico che per lungo tempo ha oscillato fra destra e sinistra, generando gli eccessi del mercato autoregolato e la bancarotta degli Stati, si sia fermato e non abbia senso farlo ripartire, ha ragione da vendere. Servirebbero idee nuove. E questo, se consentite, è il terreno sul quale una nuova destra potrebbe ri-generarsi, se solo lo volesse.