Una Milano al veleno, serrata di Dolce & Gabbana contro la giunta Pisapia: «Chiusi per indignazione»

Alla fine è arrivato lo sciopero della vetrina. Dolce & Gabbana, in polemica con il Comune di Milano, hanno optato per la serrata dei propri  negozi milanesi, nove, che resteranno chiusi per tre giorni. La polemica era stata iniziata dall’assessore al Commercio del Comune di Milano, Franco D’Alfonso, che aveva preso di mira i due stilisti. «Niente spazi comunali a chi è stato condannato per evasione fiscale». La reazione di Stefano Gabbana era arriata via Twitter. In due parole: «Fate schifo!!!»-. A nulla erano valse le scuse del sindaco Pisapia, già non amato dal potentissimo settore della moda milanese. Dopo la serrata «per indignazione», lo stilista si dice pronto a restituire l’Ambrogino d’oro, l’alta riconoscenza del capoluogo lombardo ricevuta nel 2009. Sollecitato su Twitter, Gabbana scrive: «Lo rendiamo molto volentieri!!! Rotto a metà perché pur essendo due ne abbiamo ricevuto uno».

Esattamente un mese fa, il 19 giugno scorso, era arrivata la sentenza di primo grado con la quale Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono stati condannati a un anno e 8 mesi per una presunta evasione fiscale che da una contestazione di circa un miliardo di euro è stata ridotta con la sentenza a circa 200 milioni. I due stilisti per la restante parte sono stati assolti. È questo lo spunto della polemica che ha portato oggi alla clamorosa protesta dei due stilisti contro il Comune, e in particolare contro l’assessore D’Alfonso. Secondo le indagini dei pm Laura Pedio e Gaetano Ruta, Dolce e Gabbana avrebbero messo in piedi un’operazione di “esterovestizione” che gli avrebbe portato notevoli risparmi fiscali: un piano realizzato tramite la creazione, avvenuta nel 2004, della Gado, società di diritto lussemburghese che risultava essere la proprietaria di due marchi del gruppo D&G, ma che di fatto sarebbe stata gestita in Italia. I pm, che avevano chiesto 2 anni e 6 mesi di reclusione per i due fondatori della maison e 3 anni per il commercialista Patelli, contestavano una presunta evasione fiscale da circa un miliardo di euro in totale e l’avevano descritta come una “frode fiscale sofisticata”, certificata da prove granitiche. Ai due stilisti e ad altre persone venivano imputati due reati, l’omessa dichiarazione dei redditi e la dichiarazione infedele, ma il giudice ha riconosciuto le responsabilità solo per il primo reato che faceva riferimento ad una presunta evasione da 200 milioni di euro sull’imponibile della società Gado. Per il secondo reato (già prescritto) è arrivata, invece, l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.