Saccomanni assicura: la recessione finisce a dicembre… ma i segnali non si vedono

Il ministro dell’Economia Saccomanni ci ha fatto iniziare la settimana con l’annuncio che usciremo dalla recessione a fine anno. A parte l’immediato entusiasmo ottimistico dei media filo-governativi, la dichiarazione non ha avuto molti commenti positivi. Il solito Marchionne ha riconfermata la sua visione dell’Italia come Paese dove “non si può fare impresa”, mettendo in agitazione il ministro del Lavoro Giovannini. I dati Istat non danno particolari segnali nel senso della ripresa. La certezza di Saccomanni si fonda sulla prospettiva di tassare i fondi rifugiati all’estero e in particolare in Svizzera e la speranza di portare a buon fine il piano di vendita di parte del patrimonio immobiliare pubblico – e in particolare della difesa – già concepito all’epoca del governo Berlusconi. Secondo lui i fondi che entrerebbero da queste due operazioni basterebbero a dare inizio ad un rientro del debito e dare slancio alla ripresa. Tutto sommato, ma nessuno lo ha sottolineato, l’affermazione di Saccomanni è molto grave e potrebbe essere considerata politicamente “pubblicità ingannevole”. Pubblicità ingannevole che d’altronde è stata la moneta corrente del governo Monti. Nessuno ovviamente ricorda quanto il richiamo all’ottimismo abbia pesato sulla progressiva sfiducia verso il governo Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Tremonti, che furono soggetti ad un fuoco di fila ininterrotto – con l’ausilio di quasi tutti i mezzi di informazione – con l’accusa di aver “mentito agli elettori” dichiarando che la crisi (quella “del credito” del 2008) non avrebbe investito l’Italia e che l’Italia aveva gli strumenti per far fronte alla crisi planetaria “del debito” che ancora stiamo patendo è che ha cominciato a dare i suoi effetti nel 2010. In realtà sulla crisi del 2008 Tremonti aveva perfettamente ragione, infatti l’Italia si salvò grazie alla buona salute delle sue banche dovuta a sua volta al grande risparmio e alla scarsa esposizione debitoria delle famiglie, mentre sulla crisi che riguardava i debiti di Stato non è stato possibile nemmeno mettere a verifica l’impostazione che il governo Berlusconi avrebbe adottato a causa della campagna di delegittimazione internazionale che ha influito evidentemente sul crollo di fiducia nei confronti dei titoli di Stato italiani facendo impennare il cosiddetto “spread”. In conclusione, se fosse stato un Berlusconi o un Tremonti a dire quello che ha detto Saccomanni lo avrebbero impalato. Vediamo cosa succede a gennaio se i segnali di ripresa non si faranno vedere (e se non si riduce la pressione fiscale e non si abbassa il costo della benzina è impossibile che ci siano). Probabilmente tutti diranno che non è colpa di Saccomanni ma delle contingenze globali. O della precedente gestione di Berlusconi?