Riina dice e non dice. «Non so nulla della bomba a Falcone. La trattativa Stato-mafia? Mi hanno cercato loro…»

Le frasi sono meno sibilline del passato, quando adombrava il ruolo di entità esterne nelle stragi degli anni ’90. Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra, stavolta, dice di più, fa nomi e sembra confermare quello che va emergendo dalle indagini della Procura di Palermo: pezzi delle istituzioni si mossero per cercare contatti con i vertici mafiosi e avviare con loro un dialogo. Rivelazioni fatte a due agenti del Gom, da un Riina insolitamente loquace e finite agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. Le due guardie non hanno dubbi sulla lucidità del padrino di Corleone e sulla sua volontà di fare intendere bene ai suoi interlocutori le sue parole. Meno chiaro è lo scopo delle rivelazioni. Il boss ci tiene a precisare che non intende parlare con i magistrati. «È inutile che vengono qua non ho niente da dirgli, ma se lei si siede quattro cose gliele racconto», dice il 21 maggio a uno degli agenti. «A me mi hanno fatto arrestare Bernardo Provenzano e Ciancimino e non come dicono i carabinieri», racconta il boss, confermando quanto da anni va dicendo il figlio di Ciancimino, Massimo, che per primo ha parlato del ruolo del padre e del capomafia di Corleone nella cattura di Riina. Al boss i carabinieri sarebbero arrivati grazie all’indicazione del covo segnata da Provenzano nelle mappe catastali fattegli avere dal Ros attraverso Vito Ciancimino.

È la prima volta che Totò U curtu tira in ballo il compaesano nella ricostruzione del suo arresto. E per la Procura è una conferma importante. Anche se sul perché il boss si sia lasciato andare a confidenze tanto pesanti sul tradimento subito da parte di Provenzano gli scenari si fanno oscuri. Riina sta lanciando segnali a qualcuno? Tenta di mandare messaggi? Interrogativi che restano anche davanti alle altre frasi dette dal boss agli agenti: come quell’ “io non ho cercato nessuno, sono loro che hanno cercato me” che sembra riferito al dialogo avviato dai carabinieri col boss, attraverso Ciancimino, dopo la strage di Capaci. Anche sugli attentati del ’92 costati la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino il capomafia parla a lungo. «Lei mi ci vede a confezionare la bomba di Falcone?», dice. «Brusca non ha fatto tutto da solo. Lì c’era la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l’agenda del giudice Paolo Borsellino. – spiega – Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e non si fanno dire a chi ha consegnato l’agenda? In via D’Amelio c’entrano i servizi che si trovano a Castello Utveggio e che dopo cinque minuti dall’attentato sono scomparsi, ma subito si sono andati a prendere la borsa». E non mancano gli sfoghi per la “persecuzione giudiziaria” a cui si sente sottoposto. «Io di questo papello non so niente. – dice – Non l’ho mai visto. La vera mafia in Italia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine assumendosi tutte le responsabilità. Io sto bene, mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura». Su un politico, però, Riina pare avere giudizi positive: Giulio Andreotti. «Ma è vera la storia del bacio?», gli chiede l’agente. «Appuntato, lei mi vede a baciare Andreotti? – risponde il boss – Le posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre».