Riforme: i “saggi” si dividono tra presidenzialisti e parlamentaristi. Ma per Quagliariello va tutto bene

E meno male che il programma delle riforme è definito e condiviso. Se non lo fosse che farebbero i quarantacinque “saggi”, si azzufferebbero? la domanda, come si dice in questi casi, sorge spontanea. Infatti non c’è assolutamente accordo tra parlamentaristi e presidenzialisti, com’era facilmente intuibile fin dalla formazione della stravagante Commissione. E per quanto il capo dello Stato ed il ministro per le Riforme si affrettino a rassicurare gli italiani (in verità con la testa altrove, più interessati all’Iva, all’Imu ed alle vacanze rabberciate  – semmai riusciranno a farle – di cui dovranno accontentarsi ), le divisioni non potrebbero essere più nette e per questo riteniamo, senza indulgere nel pure ragionevole pessimismo, che alla fine non se ne farà nulla.

Infatti, se non viene sciolto il “nodo” sulla forma di governo è impossibile procedere oltre. Si perderà del tempo prezioso e i fatidici diciotto mesi passeranno in fretta senza che  la “missione” per la quale tutti si sono solennemente impegnati, sia stata portata a compimento.

Del resto se dobbiamo accontentarci della precisazione in merito fornita dal ministro Quagliariello possiamo anche nutrire un cauto ottimismo, ma  a patto che l’interessato ce la spieghi. Assicura, infatti, Quagliariello che la divisone tra parlamentaristi e presidenzialisti “non è stata traumatica” (per carità: sono tutte persone a modo, non si mandano a quel paese per una questione di principio, tanto più se è ideologica e giuridica). E per quale motivo? Perché, aggiunge il ministro, “molti tra coloro che sostengono un modello parlamentare razionalizzato adesso ritengono che l’elezione diretta del presidente della Repubblica sarebbe perfettamente compatibile con un sistema democratico. E quelli che spingono per il semipresidenzialismo ora pensano che anche l’altra soluzione sarebbe praticabile”. Quindi: “Tutto ciò più che a una divisione può condurre alle larghe intese sulle riforme”.

Ci avete capito qualcosa? Se così è i parlamentaristi sarebbero anche presidenzialisti ed i presidenzialisti sarebbero pure parlamentaristi. E allora, dov’è il problema? Per Quagliariello non c’è. Per i quarantacinque commissari sì. Una metà, insomma, vuole che il popolo elegga direttamente il capo dello Stato e l’altra gradisce che questo venga eletto dal Parlamento. Ma il ministro sostiene che tutti sono d’accordo. E siamo d’accordo anche noi comprendendo  che c’è totale disaccordo.

Del resto, gli stessi esponenti del Pd ammettono che sul semipresidenzialismo alla francese nel loro partito le divisioni sono profonde e radicali. Come mettere insieme ciò che insieme non può stare? Soltanto con la buona volontà? Roberto Speranza, capogruppo alla Camera dei democratici, continua a parlare di “complesso del tiranno” (stantio luogocomunismo) che affliggerebbe numerosi parlamentari del suo partito quando sentono parlare di elezione diretta del presidente della Repubblica. Se resistenze del genere non vengono vinte culturalmente, prima che politicamente, sarà ben difficile trovare un reale punto d’incontro.

Quanto sarebbe stato più facile, semplice, trasparente, democratico adottare come strumento riformatore l’Assemblea costituente invece che ricorrere alle solite commissioni. Le forze politiche si sarebbero presentate con le loro proposte davanti al corpo elettorale e questo le avrebbe votate liberamente. Siamo quasi certi, almeno a giudicare dall’aria che tira, che i presidenzialisti avrebbero vinto a mani basse e nessuno avrebbe potuto imputare ai “costituenti” trucchi o maneggi.

Adesso siamo alle interpretazioni su chi è favorevole ad un sistema piuttosto che ad un altro. Figuriamoci quando i saggi s’inoltreranno nella giungla delle composizione degli istituti nell’ambito di un sistema (quale che sia) comunque modificato.

Restiamo del nostro avviso: non se ne farà nulla. Almeno nei prossimi diciotto mesi.