Qualcuno nel Pd salvi il soldato Fassina, l’unico che ha detto una “cosa de sinistra”

Dov’è lo scandalo nelle parole di Fassina? Il viceministro dell’Economia ha detto una verità persino banale, nota a chiunque conosca da vicino la condizione del piccolo commercio, delle botteghe artigiane, della microimpresa: esiste un’evasione fiscale “da sopravvivenza”, una sorta di legittima difesa del contribuente oppresso da un fisco sanguisuga che ormai svetta nelle classifiche europee della tassazione. Per alcune categorie di lavoratori autonomi lo Stato è un socio occulto che a conti fatti li costringe a lavorare più per l’erario che per loro stessi e le loro famiglie.

Non si comprende dunque il gelido imbarazzo con cui la sinistra ha accolto la riflessione del suo esponente. O meglio, si spiega benissimo con la difficoltà che incontra quella parte politica ogni qualvolta si vede costretta dalla realtà di tutti i giorni ad allontanarsi dalle pappine simil-ideologiche o dai sermoncini ispirati dal politically correct. È una deriva in qualche modo obbligata per un partito che scambia femminicidio ed omofobia per emergenze nazionali dimenticando o fingendo di dimenticare che non si contano le botteghe che muoiono e che sono sempre più numerosi gli italiani costretti a mettere insieme il pranzo con la cena.

È un approccio ai problemi, quello del Pd, completamente privo del senso di realtà. La sinistra è tuttora convinta che esista un’Italia delle buste paga ideologicamente contrapposta a quella delle partite Iva. Da una parte il lavoro subordinato, che paga le tasse, dall’altro quello autonomo, che le evade. Ma è uno schema vecchio, come la tv in bianco e nero. È una foto ingiallita. Prova ne sia che se la distinzione fosse tra garantiti (sempre di meno e sempre più anziani) e non garantiti (sempre di più e sempre più giovani), persino Susanna Camusso, tra i più severi censori di Fassina, si accorgerebbe che oggi si annidano più precari tra i cinque milioni di partite Iva che tra i quattro milioni di pubblici dipendenti.

Non si tratta di sdoganare “culturalmente” chi elude, erode o evade i balzelli. Sarebbe eticamente riprovevole e non ce ne sarebbe bisogno. Purtroppo. Ma è proprio la massiccia dimensione dell’evasione fiscale o dell’incidenza del lavoro sommerso sul Pil ad imporre una lettura meno sbrigativa e meno ipocrita delle parole del viceministro. Il quale ha fatto una cosa normalissima per un politico responsabile: evitare di fare di ogni erba un fascio e lanciare alle microimprese un segnale di messaggio ricevuto circa le loro terribili difficoltà a sostenere il peso della globalizzazione e della crisi con una pressione fiscale alle stelle.

L’assenza in Italia di una sinistra riformista, in grado di misurarsi con i veri problemi del lavoro, dell’impresa e dello sviluppo si percepisce anche da queste reazioni isteriche e scomposte. Quanto questo pesi sulla reale comprensione dei fenomeni sociali e quanto questo incida sulla qualità delle soluzioni offerte dalla politica, non è un male che oggi lo  sperimenti proprio Fassina, solitamente tra i più attivi nell’appoggiarsi al logoro armamentario del radicalismo gauchista. Che ora gli si ritorce contro in misura evidentemente ingiusta e sproporzionata.

Ma non illudiamoci: da questo scontro interno non scoccherà la scintilla di una nuova consapevolezza, da utilizzare semmai in chiave congressuale. Il Pd tenterà di archiviare la sortita del suo esponente catalogandola alla voce “politica da ombrellone” e dandone la colpa al sole di luglio. E anche Renzi, di solito svelto a procacciarsi l’applauso, risulta troppo impegnato a guadagnare simpatie a sinistra per sbilanciarsi su un terreno così insidioso. Insomma, il soldato Fassina è rimasto solo per aver detto – unico del suo partito dalle elezioni di febbraio ad oggi – una “cosa di sinistra” e cioè che esistono evasori ricchi ed evasori poveri, di “sopravvivenza” appunto. Almeno Nanni Moretti proverà a salvarlo?