Province: il pasticciaccio è stato fatto dal governo Monti. Ora si riapra la riflessione

La sentenza della Consulta che dichiara incostituzionale la riforma del taglio delle Province a me pare ineccepibile. Che  il decreto legge non fosse lo strumento idoneo per una riforma organica della nostra Carta  avrebbero dovuto saperlo  i professori del governo Monti e il Parlamento quando, sia pure con il fiato dei mercati sul collo e sotto la pressione dell’Europa, adottarono un pacchetto di provvedimenti tesi a ridurre la spesa pubblica. Per la verità, nella convulsione di quei momenti, non mancarono richiami alla prudenza da parte di alcuni. Ma i più fecero orecchie da mercanti. A chi sosteneva che una riforma del genere avrebbe dovuto essere accompagnata da una ben più profonda e attenta riflessione e che, ad un esame più appropriato, sarebbero emerse altre e più razionali strade per riformare il sistema delle istituzioni  territoriali del nostro Paese, venne  affibbiata l’accusa di voler difendere un Ente inutile e una casta politica improduttiva.

Ora, che le Province vadano riformate è fuori discussione. Sulla loro abolizione converrà invece discutere. Discutere seriamente, però. Senza lasciarsi trascinare dalla demagogia o da un populismo becero. Guardiamoci  un po’ attorno e ,poi, esaminiamo con attenzione la nostra architettura istituzionale nei livelli locali. In Europa, per esempio, l’idea di governare un’area vasta, che abbia dimensioni socio-politiche e di geografia economica ottimali, è tema centrale nella distribuzione dei poteri, al fine di rendere concreta ed effettiva  la pianificazione territoriale strategica, la quale non può essere relegata, come appare persino ovvio, ad un perimetro comunale ristretto nei suoi confini amministrativi. Né, d’altro canto, si può immaginare che una tale pianificazione possa essere efficace e produrre sviluppo territoriale se si staglia su dimensioni eccessivamente larghe e, a tal punto dispersive, da limitarne la forza espansiva.  Insomma, in Europa nessuno si è sognato di eliminare un ente di programmazione intermedia tra i livelli regionali e locali.

Da noi, nel tempo , sono avvenute cose contrastanti. Dalla abolizione sic et simpliciter delle Province si è passati ad un loro rafforzamento per poi tornare, sull’onda della emotività e della vulgata comune, a decretarne l’abolizione e la riduzione. Un andamento schizofrenico che non ha portato a nulla di buono. Non basta definirsi riformisti per fare delle buone riforme.  Il vero riformatore è quello che ha una vision  e sa che il cambiamento, quando tocca il sistema, deve possedere una sua interiore organicità e seguire una linea coerente. Peraltro , la nostra architettura istituzionale è talmente interconnessa che per essere modificata richiede procedure complesse,non a caso  previste a suo tempo dal costituente. Trascurare tali elementi porta soltanto confusione e paralisi.

Storicamente le Province non nascono dal nulla. Nascono per superare una mera articolazione prefettizia dell’amministrazione territoriale e per una aderenza non marginale ai dati delle comunità locali e tradizionali di consistenza preunitaria. Il Salento, la Maremma, il Cilento,il Belice, la Ciociaria – per esempio, ma l’elenco è lungo – sono entità che sopravvivono a qualunque struttura amministrativa calata dall’alto. Incarnano costumi, sangue, tradizioni, senso di appartenenza  di popolazioni che affondano  le radici nei secoli.  Fattori che non si eliminano per decreto.  Avremmo dovuto impedire, questo sì, che si moltiplicassero a dismisura altri e più farraginosi centri di potere locale (comprensori, Ato,Comunità montane, sistemi di gestione territoriali dalle sigle più varie) , vere e proprie sovrastrutture costose e , il più delle volte, inefficienti.  E, nel contempo, depurare l’Ente provincia di funzioni gestionali – dalle strade alle scuole – collocabili sul livello comunale, per affidarle precipuamente il compito di organizzare l’area vasta, per il cui funzionamento non basta il comune né sembra possa far bene la Regione. Privarsi di un ente di programmazione territoriale strategica  con compiti  di terzietà  rispetto ai comuni e alle Regioni, mi sembra francamente una follia. Se davvero si vogliono ridurre le spese, unificare alcuni servizi  locali per tendere ad una effettiva economia di scala, salvaguardare e valorizzare porzioni di territorio il più delle volte in balia di cervellotiche speculazioni fondiarie, bisogna fare ben altro. Alle domanda  di una moderna infrastrutturazione del Paese, di rigenerazione urbana, di riqualificazione, di  recupero, di integrazione urbanistica  e di sviluppo economico non si risponde nè con la strenua difesa di un localismo ottuso e chiuso in se stesso né privandosi di una salda e corretta pianificazione  di aera vasta.  Si dirà: le province costano troppo perché mantengono in piedi un ceto politico inconcludente. Bene. Si vadano a riprendere alcune proposte di legge presentate nel corso della passata legislatura. Ne cito due: quella proposta dall’on. Ria e dal sottoscritto e quella a prima firma dell’on. Lanzillotta. Entrambe prevedevano una ridefinizione delle funzioni delle province, una loro corposa diminuzione,  una  diversa struttura organizzativa basata sulla assemblea dei sindaci. Una riforma che avrebbe trasformato le province in organi di secondo livello, abbattuto i costi politici, fatto risparmiare non poche risorse e valorizzato il governo dell’area vasta di cui i territori hanno bisogno. Una  riforma  che non sarebbe costata nulla e non sarebbe incorsa nella tagliola della Consulta.