Ponte Vecchio alla Ferrari. Renzi non si pente: “Lo rifarei”. E si torna all’antico dilemma: come usare i nostri monumenti?

Metti il vip nella location prestigiosa e hai risolto i problemi contabili degli enti locali. Così la pensa Matteo Renzi, del tutto indifferente alle critiche che gli sono piovute addosso per avere concesso lo spazio di Ponte Vecchio per la festa della Ferrari con Montezemolo ospite d’onore Renzi dice che lo rifarebbe anche domani: “Il sindaco di una città deve fare delle scelte: già in passato Ponte Vecchio è stato lasciato tutti gli anni ai gioiellieri per una cena, ma oggi non se lo ricorda più nessuno. A Roberto Cavalli per una sfilata, a Lucio Dalla per una meravigliosa serata in ricordo di Benvenuto Cellini. Tutte queste cose sono state fatte dalle precedenti amministrazioni. Noi questa volta abbiamo anche chiesto soldi, perché ci sembrava naturale chiedere un fracco di soldi. Abbiamo chiesto 120mila euro: chi dice che è poco, chi dice che è tanto, per due ore di cena, ma secondo me vale la pena. In più porti la top clientela di Ferrari a Firenze per fare iniziative. In un mondo dove le città fanno a gara per accaparrarsi chi ha potere di spesa, anche Firenze è importante che lavori in questa direzione». La polemica però non si esaurisce, sia perché c’è chi ricorda al sindaco che il patrimonio artistico è un bene comune che non può essere usato per fare cassa sia perché il consiglio era all’oscuro di tutto. Un episodio che, pur se circoscritto, rimanda al complicato dibattito sullo stato dei beni culturali italiani: un giacimento sulla cui manutenzione e valorizzazione pesano ombre, errori e incuria.

Recentemente si è avuta notizia che il gruppo Impregilo intende investire 20 milioni nel restauro di Pompei imitando la “generosità” di Della Valle per il Colosseo. Un mecenatismo non certo disinteressato visto che i gruppi che stipulano accordi di questo tipo poi ottengono in cambio, come nel caso della Tod’s di Della Valle l’esclusiva sull’uso dell’immagine del bene restaurato. Da una parte chi diffida dei privati tuonando contro la commercializzazione dei beni culturali dovrebbe però sapere bene che senza quei capitali il nostro patrimonio artistico è destinato a un inesorabile degrado. I guai della gestione pubblica si sono toccati con mano a Roma di recente il 20 e il 21 giugno quando il monumento più importante della Capitale, l’anfiteatro Flavio, è rimasto chiuso ai turisti per lo sciopero dei custodi. Ragioni sindacali legittime che hanno però creato un notevole danno d’immagine alla città eterna. Il nodo di fondo resta sempre lo stesso: se i privati capiscono che i beni culturali sono un settore nel quale investire perché non lo capisce lo Stato?