Oltraggio alla memoria di Jan Palach: distrutta a Roma la targa della piazza intitolata al martire anticomunista

I balordi non vanno mai in vacanza. E colpiscono sempre  in modo vile. Chissà che avranno pensato quegli infami che hanno,  distrutto, presumibilmente nelle ultime ore, la targa toponomastica della piazza di Roma  intitolata a Jan Palach, lo studente praghese di vent’anni  che, il 19 gennaio del 1969,

si diede fuoco a piazza San  Venceslao per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Il suo sacrificio commosse tutto il mondo libero. E la sua figura rimane nella memoria dell’Europa libera e riconciliata come uno dei simboli più puri e più nobili della lotta contro l’oppressione comunista. Forse avranno pensato, quei vandali scellerati, che a  Roma, da poco riconquistata dalla sinistra, non c’è più posto per un martire anticomunista nell’ambito della toponomastica cittadina. Qualsiasi cosa abbiano pensato, è certo che hanno compiuto un gesto ignobile, fomentando odio e oltraggiando il valore della libertà, un gesto che dovrebbe essere condannato in modo corale da tutte le  forze democratiche  (o che si dicono tali).

L’atto di vandalismo è stato denunciato da un dirigente de La Destra, Giuliano Castellino: «Questa mattina passeggiando per le vie adiacenti alla nostra sezione di via Germania 7 abbiamo notato che la targa toponomastica di piazza Jan Palach è stata fatta a pezzi. Un atto vergognoso». «Ci auguriamo che il gesto – ha aggiunto – venga condannato dalle Istituzioni, che quanto prima venga rimessa la targa e che lo sdegno verso questa vile offesa sia sentito e partecipato. Jan Palach è stato un eroe caduto per la libertà, patrimonio culturale di tutti gli italiani e di tutti gli europei».

Queste le parole lasciate dal giovane patriota prima di immolarsi: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta». Sono parole che non cessano, dopo più di quarant’anni, di spronarci nella intransigente difesa della libertà. E sono parole che, evidentemente, continuano a dare fastidio ai nostalgici del comunismo e della guerra fredda.