L’ultimo schiaffo alla sovranità italiana non resterà senza risposta: le elezioni sono inevitabili

Inevitabilmente ci si chiede se il nostro è ancora uno Stato sovrano. Dopo la decisione del Fondo Monetario internazionale di non toccare l’Imu ci saremmo attesi una reazione almeno risentita da parte delle autorità di governo. Per tutta risposta il ministro dell’Economia Saccomanni ha chinato il capo e si è adeguato al diktat. Ma è ammissibile che un’organizzazione “esterna”, che non risponde a nessun Parlamento, lontana dai problemi dei popoli che conosce soltanto attraverso indecifrabili grafici, imponga misure che penalizzano società, famiglie, individui? E’ tollerabile che ci sono state sequastrate le chiavi di casa nostra e dobbiamo farci dettare regole e comportamenti da un sinedrio di tecnici che risiede dall’altra parte dell’Atlantico da dove osserva i movimenti che avvengno nelle nazioni e si arroga il potere di intervenire a suo piacimento per orientarne le politiche economiche e sociali? E’ accettabile che governi e parlamenti, espressioni della volontà popolare, si astengano dal contrastare derive autoritarie e “coloniali” insite nell’ingerenza del FMI che pregiudica i percorsi politici che liberamente le nazioni intendono intraprendere? Questo gioco “globale” è un perverso gioco al massacro. E se un esecutivo non sa ribellarsi è bene che si dimetta, che levi le tende, che molli gli ormeggi, che sparisca dalla vista dei cittadini.

E’ intollerabile che l’istituzione diretta dalla signora Christine Lagarde, resasi celebre per le affettuose dichiarazioni a Sarkozy nelle cui mani metteva i suoi destini, si accanisca contro un Paese come l’Italia con la risibile scusa di salvaguardare i suoi conti. Se permette, all’onorabile Fondo Monetario che finanzia chi vuole, quando vuole e come vuole, mentre nega, sempre arbitrariamente, senza cioè nessuna procedura di accertamento sulle decisioni che assume da parte di terzi, gli stessi finanziamenti ad altri sulla base di sue valutazioni, vorremmo notificare che le leggi ce le facciamo noi, ai nostri conti badiamo noi e se non ne siamo capaci pagheremo il fio della nostra incompetenza, ma di badanti economiche, finanziarie e politiche non sappiamo più che farcene: siamo circondati.

Altro è il discorso per ciò che concerne il governo Letta dal quale, se non eravamo distratti, non abbiamo colto neppure il più flebile dei sussurri all’arrivo della notizia. Gli consigliamo di far sentire la sua voce che non può essere quella di Saccomanni secondo il quale non sarebbe successo quasi nulla ed altro non possiamo fare che adeguarci. Se questa è linea, che speriamo il premier non condivida, è venuto il momento, costi quel che costi, di regolare i conti in questa strana maggioranza e mettere, se del caso, la parola fine ad una esperienza che probabilmente non doveva neppure vedere la luce.

Il Pdl che si è speso come ha potuto perché venisse varato un governo di pacificazione, o ha la forza di imporre il suo punto di vista liberamente sottoscritto da tutti i partiti della coalizione, oppure è meglio che stacchi la spina il più presto possibile. E’ vero, sono in corso manovre per far cadere il governo ad ottobre, ma crediamo sia troppo tardi, i buoi saranno già scappati e la legge di stabilità che va presentata a metà settembre o conterrà le disposizioni impartiteci oppure con il  Fondo  Monetario  e con l’Unione europea si aprirà un contenzioso più che economico, politico. E verterà sui confini della sovranità. Un tema mica da niente.

E’ più probabile, visto il contesto, ritenere che il governo abbia le settimane contate. Poi accada quel che sarebbe già dovuto accadere. La classe politica ha lasciato trascorrere inutilmente due mesi senza neppure abbozzare uno straccio di legge elettorale: l’unica cosa che questo Parlamento doveva fare. Utilizzi il poco tempo a disposizione per rabberciare quella vigente o tornare all’antico, con un sempice tratto di penna. Le elezioni sono alle porte anche perché nessuno crede che una nuova maggioranza sia possibile. E del resto, visto come sono combinati i pretendenti alla successione di questo esecutivo, gli italiani non saprebbero che cosa farsene.