Letta non scimmiotti Grillo e non governi con l’ossessione dei sondaggi

Il premier Enrico Letta, forzando il suo modo di essere, ha deciso di mostrare i muscoli sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. L’argomento piace molto all’elettorato, è populista e demagogico e a turno c’è sempre qualcuno pronto a cavalcarlo.

Sorprende non poco, però, che questa volta a partire lancia in resta sia un uomo esperto di partiti come Letta, cresciuto in un sistema politico che ha garantito opportunità e pluralismo anche grazie al finanziamento pubblico. Dal premier era più facile aspettarsi una riflessione sugli eccessi che la politica ha fatto sopportare alla pubblica opinione negli ultimi anni, sul lievitare dei fondi, sulle ruberie, sui casi di Fiorito e di Lusi (che poi era il tesoriere del partito di Enrico Letta). Certamente serve una riduzione dei costi, peraltro già fatta lo scorso anno con un drastico dimezzamento, serve più sobrietà e il pugno duro dei partiti nei confronti di chi usa i soldi dei contribuenti con leggerezza e tendenza allo spreco.

Invece, al posto di una riflessione, Letta sta portando avanti una crociata che non gli appartiene, sia per storia personale sia per temperamento. In Parlamento i partiti stanno facendo notare che abolendo del tutto il finanziamento alla politica l’Italia si chiamerebbe fuori dal modello europeo. Non c’è un solo paese d’Europa, infatti, dove i partiti non siano finanziati dai contribuenti. La differenza sostanziale, però, è che in questi paesi se un politico compra un gelato con i soldi del gruppo parlamentare è costretto a dimettersi nel giro di qualche ora. Ha quindi ragione chi dice che dovremmo essere europei anche in questo campo, preservando il finanziamento pubblico ma con controlli stringenti e la sanzione dell’espulsione dalla politica per coloro che sbagliano.

Va dato atto che solo due politici su questo argomento sono stati coraggiosi, denunciando l’errore in corso. Si tratta di Maurizio Bianconi del Pdl e Ugo Sposetti del Pd, un duo alla “Peppone e Don Camillo” che non vuol rassegnarsi alla spinta demagogica e populista di Letta e che ripete ogni giorno che togliere il finanziamento ai partiti mette a rischio la democrazia italiana.

Lasciare i partiti all’asciutto significa lasciarli alla generosità dei cittadini. In altri paesi, come negli Stati Uniti d’America, il modello del fundraising funziona, ma in Italia l’alto screditamento dei partiti renderebbe molto difficile una raccolta di fondi dal basso e costringerebbe i partiti all’abbraccio con gruppi economici forti, portatori sia di interessi sani sia di interessi oscuri. E come se non bastasse senza finanziamento pubblico diventa alto il rischio che ad emergere in politica siano principalmente coloro che possono permettersi cospicui finanziamenti al partito – cosa che negli Usa si registra persino per la nomina degli ambasciatori -, il tutto a scapito della meritocrazia.

Letta pertanto farebbe bene ad essere più prudente e meno grillino, a pensare più alla tenuta della nostra democrazia che ai sondaggi sul gradimento alla sua persona. Buttando il bambino con l’acqua sporca potrebbe vedere il suo gradimento salire e il nostro tasso di democrazia scendere, con un serio danno al paese.