Letta è accerchiato: serve un colpo d’ala decisionista al posto dei vecchi riti che aiutano solo a vivacchiare

Siamo ancora alle “verifiche di governo”, alle “cabine di regia”, ai “tavoli di discussione”. Deprimente. Quando non si hanno idee – e questo governo non può averne per come è composto – si ricorre a stereotipi che ci precipitano nel cuore degli anni Settanta. E magari in aggiunta si sbandierano riforme impossibili che già sarebbero di difficile realizzazione in un clima costituente, ma che suonano come una presa in giro nel bailamme nel quale si dibattono le forze politiche. Eppure, suo malgrado, Letta altro non può fare se non accedere alle bizzarre richieste degli “alleati” che pretendono appunto “verifiche” e riforme che non si vedono. Anzi, devono constatare che quando una riformetta, peraltro fatta a metà, sembra essere andata in porto, arriva la decisione della Corte costituzionale che la boccia: l’abolizione delle province è incostituzionale ha decretato la Consulta. Ma come? Semplice: avrebbe dovuto saperlo perfino uno studentello del primo anno di Giurisprudenza che una riforma costituzionale non si può fare per decreto. E’ quello che hanno fatto i Soloni raccolti attorno a Mario Monti, incoraggiati da un Parlamento plaudente e per nulla interessato, appunto, ai profili di legittimità costituzionale. Tutto da rifare. Tutto è ripiombato nel marasma. Come rimediare è un altro problema scaraventato sulla scrivania di Letta tanto per non fargli mancare nulla.

Ma torniamo alle “verifiche” ed alle “cabine di regia”. Epifani ha detto una verità inconfutabile: si tratta di riti superati. Occorre decisione. Dopo aver concordato con le forze politiche rappresentate al governo il da farsi. Invece sembra che l’immobilismo sia la cifra dell’esecutivo, non per colpa di Letta che onestamente ce la sta mettendo  tutta, ma la situazione che non consente di spingere sull’acceleratore come ci si attenderebbe.

E allora un giorno sono le paturnie del Pdl che insiste perché il Pd voti la Santanché alla vice-presidenza della Camera, ma i democratici non ne vogliono sapere; un altro giorno Monti minaccia di staccare la spina al governo se non si concorda per tempo la legge di stabilità, tanto per far dimenticare che non ha più un partito e ricordare a qualche distratto passante nei Palazzi che lui esiste ancora; un altro giorno sono le ministre inquiete (una messa alla porta) a dare grattacapi insolenti al premier; e poi altre querelles di contorno che è noioso perfino elencare.

In questo spazio si muove Letta. Al quale pure l’Unione europea gioca brutti tiri. Ieri mattina sembrava che lo sblocco dei fondi comunitari fosse cosa fatta; di sera gli entusiasmi sono appassiti: i vincoli imposti per ottenere il foraggiamento agognato sono tali da far temere il peggio. Il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione europea chiedono all’Italia di rivedere l’Iva ed il catasto. Ciò vuol dire che la prima dovrà essere aumentata e gli estimi aggiornati, verso l’alto naturalmente. Se ciò avverrà, addio propositi di “mitezza” economico-finanziaria su cui gli italiani contavano. La legge di stabilità nella quale i provvedimenti richiesti dovranno essere inseriti e presentati a Bruxelles entro il 15 ottobre impone vincoli stringenti, pena la marginalizzazione dell’Italia se non peggio.

Chiunque, a questo punto, si chiede:  la nostra sovranità, sia pure sbiadita, esiste ancora o dobbiamo adattarci a prendere ordini da istituzioni che non conosciamo e burocrati che se ne fregano delle nostre condizioni sociali?

Già. Mettetevi nei panni di Letta e provate a fare qualcosa di più di quel che sta facendo, cioè quasi niente. Il contesto non consente né di decidere, né di programmare un futuro. Si vivacchia, insomma. Tra un vertice, una verifica ed un tavolo. Figuriamoci se governo e Parlamento possono dire una parola sull’ “inverno islamico” che si sta affacciando nel Mediterraneo. Preoccupano più i rigori che vengono dal nord Europa, contro i quali non sembra ci siano medicamenti efficaci.