La sinistra col torcicollo: riscopre gli Inti Illimani e fa festa con la Berté

Avranno ascoltato i consigli dei nuovi uomini di spettacolo, dopo aver capito che i Nanni Moretti e i Roberto Vecchioni hanno fatto il loro tempo e non riescono più a incidere. Avranno letto qualche amarcord su “Repubblica”, avranno ascoltato le parole di chi racconta della stagione in cui «la sinistra vinceva» ed era (dicono) la stagione dei pugni chiusi, dei metalmeccanici in piazza, delle bandiere rosse, degli slogan alla “fascisti carogne” e dei canti alla “El pueblo unido jamás será vencido”. Gli organizzatori dell’estate “democratica” sembrano aver sentito il richiamo della foresta, la testa rivolta al passato in un’operazione nostalgia che serve quantomeno a recuperare una parte di quel che fu lo zoccolo duro del partito, visto che tutto il resto è andato a rotoli. Ecco allora che alla Festa democratica di Firenze, in programma dal 23 agosto al 15 settembre all’Obi Hall, il principale appuntamento è proprio il concerto degli Inti Illimani. Sì, proprio loro, quelli del “pueblo unido”, che scatenavano i militanti della sinistra anni Settanta, gli ultimi illusi dell’utopia comunista. L’occasione è il quarantennale del colpo di stato militare che depose il presidente cileno Salvador Allende e portò alla dittatura di Augusto Pinochet. Meglio riparlare dell’11 settembre del 1973, perché ora – tra Renzi e la Bindi – non gli resta che piangere. Ma gli organizzatori annunciano altre presenze significative e fondamentali: quella di Daniele Silvestri, il cantante che più rosso non si può, e quella di Loredana Bertè, le cui performance da un bel po’ lasciano molto a desiderare (probabilmente anche per lei è un’operazione nostalgia). Tutto a posto, quindi, può iniziare la festa del “come eravamo”, magari con qualche filmato in bianco e nero. Il problema è che – alla fine del concerto degli Inti Illimani – inizierà il dopo-festa del “come siamo”. E qui la sinistra può ricominciare a piangere e a leccarsi le ferite.