La Ferilli strapazza la sua “sinistra” spiazzando i moralisti: «Non godo per la sentenza di Berlusconi»

«Non godo per le disgrazie altrui, a livello umano Berlusconi ha la mia solidarietà». Compagna dialogante dal cuore tenero, per nulla accecata dal risentimento ideologico contro il “Caimano”. In una lunga intervista al Fatto quotidiano, reduce dal successo de la Grande  bellezza, Sabrina Ferilli mostra le sue doti meno visibili, quelle ispirate al buon senso che strapazza le ideologie, magari sbattendo le lunghe ciglia nere. Se i buoni non stanno tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra,  (è la sua scoperta più recente) anche la saggezza popolare non è appannaggio esclusivo di una fazione. Così può capitare che la bella attrice dei Castelli, di provata fede progressista ereditata dal papà, si sfili «con assoluto orrore» dall’indignato coro che invoca la forca dopo la condanna per Berlusconi.  «C’è una sentenza e c’è stata una lunga inchiesta, ma no, contenta non sono», risponde al giornalista, Malcom Pagani, che la stuzzica. Non vorrà mica fare il salto della quaglia proprio quando il “partito” ha più bisogno? Ma no, a largo del Nazareno possono stare tranquilli, Sabrina è “roba loro”, però a brindare per l’interdizione perpetua dai pubblici uffici dell’ex premier non ci sta.

«Sarà – come ha scritto il Foglio – che andare con il babbo comunista ai comizi di Pajetta e Berlinguer dà una diversa prospettiva rispetto al Palasharp e alle adunate di “se non ora, quando?”». Al moralismo bigotto, alle vesti stracciate di una sinistra autoreferenziale affetta dalla sindrome del migliore, lei preferisce le umane imperfezioni. Ma non è la prima volta che l’attrice fa notizia per intelligenza con il nemico. Quando scoppiò il caso Ruby, invece di unirsi al paracarro democratico degli untori, ne approfittò per distillare qualche consiglio alla sinistra e, sotto sotto, anche alla magistratura. «Pensare di mettere al tappeto il premier servendosi di una escort o di qualche processo è davvero infantile». Sul Cavaliere sfidò l’ira progressista dicendo testualmente: «E’ forte, ricco, potente, ma anche talentuoso. Io non lo voterò mai, ma riconoscere i suoi meriti significa anche essere più credibili». Il tormentato congresso d’autunno del Pd potrebbe prendere le mosse da qui per la fatidica rinascita. Altro che svolte a sinistra di Renzi, verbosi documenti dei bersaniani, architetture diaboliche dalemiane.