La crisi italiana e gli intellettuali: c’è chi fa il gufo, chi fa il colibrì e chi fa cucù

C’è chi fa il suono gufo, c’è chi fa quello del colibrì, c’è chi fa cucù. La crisi italiana di questi anni è stata accompagnata (e continua ad essere accompagnata)  dal verso degli intellettuali. È un sottofondo polifonico che contribuisce, per così dire, a determinare l’atmosfera del tempo. Ma il risultato è identico: il suono, ancorché diversamente modulato, non muta nel tempo.  L’unico problema è che, nel frattempo, è mutato il paesaggio. E il suono, sempre identico a se stesso, genera un sottile senso di smarrimento. Vale la pena di avvertire che questo fenomeno si manifesta in modo particolare in quegli scrittori politici che si dedicano a raccontare  vizi e virtù dell’anima italiana. Due nomi emergono con evidenza: Marcello Veneziani ed Ernesto Galli della Loggia. Rispetto allo spirito nazionale  hanno due approcci opposti: nazionalpopolare il primo, apocalittico il secondo.Si tratta di due atteggiamenti che possono avere le loro giustificazioni, ma che però, reiterati nel tempo, rischiano di rinchiudere il discorso nella gabbia dell’autoconsolazione.

Così, negli ultimi giorni, abbiamo letto editoriali che probabilmente non contribuiranno a spiegare l’Italia agli italiani. Galli della Loggia ad esempio, dopo aver rimpianto per l’ennesima volta il Bel Paese che fu, lascia il lettore un po’ sbigottito con questa invocazione dal sapore un po’ escatologico: «…Ebbene sì, oggi l’Italia ha bisogno di profeti». Si può certo concordare con l’editorialista quando osserva che «nei momenti di crisi» sono «la banalità, il tran tran, il conformismo ripetitivo delle frasi fatte» a uccidere la democrazia. Però è anche vero  che l’attesa, frustrata di personalità ed eventi eccezionali produce ulteriore pessimismo. Non sarebbe meglio concludere che, se siamo al buio, dal tunnel si può uscire solo a piccoli passi? Questo, del resto, ha insegnato il De Gasperi che Galli della Loggia ha indicato come esempio di profetismo in politica. La forza di una  democrazia sta in fondo anche nella capacità di sopportare la noia e le esternazioni moleste dei demagoghi,che normalmente (e fortunatamente) producono solo tsunami in un bicchere d’acqua.

E veniamo a Veneziani. Tornando su un tema già affrontato venerdì scorso, l’editorialista de il Giornale scrive che una non meglio identificata entità malvagia (ma in cui è rintracciabile il profilo dei giudici) vuole «colpire il Berlusconi che è in noi (Gaber dixit)». E così continua: «Quell’Italia che vorrebbero sopprimere non è l’Italia migliore e nemmeno l’Italia peggiore, e non è affatto la mia Italia ideale; ma la mia Italia reale, l’Italia della tv e del calcio, spiritosa e piaciona, che ama la vita, le belle donne e l’intraprendenza». l’Italia in pericolo di vita è l’«Italia del dopoguerra civile, dopo gli anni di piombo, bella e fatua,