Il politico senza scrupoli che resiste all’usura del tempo. Torna nelle librerie l’onorevole Qualunqui di Vamba. Anno di grazia 1898

Antesignano della moderna casta, protervo, voltagabbana, sciupafemmine,  o più semplicemente un evergreen, la maschera (o la macchietta) di un tipo umano che sopravvive ai secoli. L’onorevole Qualunqui e i suoi ultimi diciotto mesi di vita parlamentare torna nelle librerie dopo decenni di polvere, edito da Barion (182 pagine), per deliziare i fustigatori del cattivo politico e gli amanti delle segrete analogie, attraverso le gesta di un protagonista senza scrupoli che sopravvive al tempo. Il libello satirico scritto nel lontano 1898  da Luigi Bertelli, il “Vamba” padre dell’indimenticabile Gian Burrasca, prende le mosse dall’arrivo a Roma dell’onorevole Qualunquo Qualunqui, eletto nel collegio di Dovunque, nelle liste dei Purchessisti sostenitori del programma del governo Qualsisia.

Mediocre e arruffone, arriva nella capitale del potere per  prendere possesso del suo scranno. E qui le analogie con i parvenu dei nostri giorni si sprecano. Esemplare la lettera inviata alla moglie prima della scappatelle consolatorie: «Io che tengo molto alla mia coerenza politica, sono ancora ministeriale col Crispi come ero col Giolitti, come ero col Rudinì, come ero col Depretis…». È il tipo che si arrabatta, che intrallazza con i potenti di turno, che resta a galla nonostante tutto, che promette grandi opere, che rassicura gli ingenui elettori del “territorio”. Il sapore antico del romanzo satirico di fine ottocento, con le superbe illustrazioni d’epoca di Lionne, si mescola al frastuono dell’attualità delle cronache e dei gossip dei nostri giorni. Cinico, adulatore, corrotto, ambizioso, l’on. Qualunqui è la summa dei peggiori difetti del “rappresentante del popolo” che se ne frega della gente e che sogna fino all’ultimo la poltrona di un ministero del Regno d’Italia. Insomma un peone del Palazzo, che vive a suo agio nella preistoria del malaffare italico, un tipo umano che ha ispirato l’Uomo Qualunque di Giannini  e forse anche l’impareggiabile Cetto Laquanlunque dei nostri giorni, messo in scena da Albanese. Anti-ideologico ma anche antipolitico.

Nel protagonista immaginario di Vamba ci sono i germogli virtuali del nostro variegato spaccato di Palazzo. C’è il progressista ante litteram, il rottamatore in erba, ci sono le parole d’ordine d’ordinanza delle epoche di ristagno: maggiore impulso, sviluppo, moralizzazione, indipendenza, tagli alle spese matte. Allora come oggi. Un ritratto impeccabile del politico pigmeo per il quale l’autore de il Giornalino della domenica (la rivista irredentista rivolta ai giovanetti della nuova borghesia «perché i grandi sono ormai guasti irrimediabilmente») doveva nutrire un’insofferenza antropologica viscerale, frutto della conoscenza diretta e di una visione profetica ammorbidita dalla guasconeria dell’umorista. L’onorevole Trombetta, per dirla alla Totò, non ce la fa a diventare ministro, nemmeno con l’aiuto del fantasma di Machiavelli richiamato in seduta spiritica. Oggi chissà, forse ce l’avrebbe fatta.