Il pirata che ha ucciso Beatrice già assolto dai media. Nel nome del “politicamente corretto”

Era un venditore ambulante maghrebino il pirata della strada che ha travolto e ucciso Beatrice Papetti, la sedicenne che travolta in bicicletta domenica pomeriggio su una strada del Milanese. Nell’Italia politicamente corretta la notizia va distillata con cautela. Quindi si leggono resoconti sulle agenzie piene di distinguo: marocchino, ma con il permesso di soggiorno in regola. Precedenti? Per carità, giusto qualche multa. Fosse stato un italiano, avremmo letto resoconti che iniziavano con il classico incipit…«Sentiva che il cerchio delle indagini si stava stringendo attorno a lui…». Nel caso El Habib Gabardi, 39 anni, vogliono convincerci del contrario. I carabinieri erano ancora lontani dal rintracciarlo. L’auto investitrice (devastata nell’impatto, come risulta dalle foto fornite dagli uomini dell’Arma) non sarebbe stata rintracciata in tempi brevi. Era inclusa nell’elenco di seicento auto selezionate dopo il primo screening. Ma il furgone dell’ambulante, tenuto nascosto in un garage, prima o poi sarebbe dovuto uscire fuori, visto che con quello l’uomo lavorava. Osservazioni che n0n si possono fare, perché la dittatura del politicamente corretto ci impone l’obbligo di credere all’impossibile. Non beve, non fuma, non si droga, assicurano i reporter locali, come se si trattasse di un parente che conoscono da anni. E spiegano pure che si è costituito per motivi religiosi. Da buon musulmano, ha ascoltato il consiglio di un imam e si è presentato in commissariato, accompagnato da un legale.

Prima di presentarsi dai carabinieri con il suo legale, il 39enne si sarebbe confidato in moschea, a Pioltello, dopo i riti del Ramadan, il mese di digiuno e penitenza dei musulmani. Ha parlato con un religioso che lo conosce da tempo, chiedendo cosa avrebbe dovuto fare un “buon musulmano”. E l’imam gli ha detto di costituirsi subito. Una versione però a cui crede poco il padre della vittima, Nerio Papetti: «Non voglio sentir parlare di scuse, né di rimorsi di coscienza, voglio sia fatta giustizia, non voglio che accadano più tragedie così, o almeno che si tenti di non farle accadere più». Papetti, che è un autista volontario della Croce Rossa, è stato uno dei primi ad arrivare sul luogo dell’ incidente dove è morta la figlia: «La storia del rimorso mi lascia molte perplessità. Dopo una settimana che era fuggito? Dopo aver nascosto l’auto e la tessera del telefono? No non credo al rimorso..». Sempre che la dittatura del politicamente corretto possa consentire di dire almeno questo.