Il Pd a pezzi non è più neppure l’ombra di un partito riformista

Volano ideologici e vibranti epiteti nel Pd: “sciacalli”, “merde”. La guerra della coprolalia è alta ed appassionante. Ci si dedicano un po’ tutti. Firmatari e non di varie lettere e manifesti. Il dibattito rischia di oscurare quelli storici che hanno segnato la vicenda comunista e post-comunista, non meno che democristiana e post-democristiana. Ed è confacente ai tempi. Non si portano più,  com’è noto, discussioni sui Grundrisse di Karl Marx o sulla “rivoluzione permanente” di Lev Trotsky, ma ne guadagna la strategia. Volete mettere l’ordinato “confusionismo” (scusate l’ossimoro) attuale con il tecnicismo leninista di un tempo o con la strategia della “doppia verità” togliattiana? Tutti contro tutti è meglio dell’unanimismo a conti fatti. O no?

E dunque prende sempre più consistenza il progetto di dissoluzione  già sperimentato nella cruciale settimana di aprile quando il voto per eleggere il presidente della Repubblica si trasformò in uno psicodramma che fece emergere tutte le contraddizioni, le idiosincrasie e gli odi di una compagine parlamentare altamente inaffidabile. Adesso, dopo il voto di Camera e Senato dell’altro giorno sulla sospensione dei lavori, è tutto un fiore di accuse e lamenti, con relative repliche del tipo di quelle riportate. Ed un corollario che sembra un de profundis: il partito sta morendo. Sai che novità…

In realtà il Pd non è mai nato e quel che ad esso assomigliava si è squagliato come neve al sole grazie al “calore” delle intuizioni di Bersani che prima ha immesso linfa nuova nei gruppi parlamentari facendo eleggere sconosciuti signori incapaci di articolare il più banale dei pensieri politici e poi con quell’ostinazione, ai limiti del patologico, di ritenersi vincitore delle elezioni e dunque pretendere di formare il governo “del cambiamento” con i grillini anche se questi gli rispondevano picche e tutti tentavano disperatamente di fargli notare che l’impresa era impossibile: bisognava ragionare sui numeri per dare comunque un esecutivo al Paese. Sappiamo come è andata. E vediamo gli effetti di quella rottura che si consumò nel partito facendolo esplodere in mille pezzi che non si sono più ricomposti.

Ora il partito si spaccherà nuovamente sull’ineleggibilità di Berlusconi. Ma Epifani, prendendosi una sonora bocciatura da Massimo Cacciari, dice che il governo non corre alcun rischio. Dobbiamo credergli? E’ ben difficile se nel Pd le molte anime che si agitano mettono in fibrillazione la maggioranza stessa, al punto da far preoccupare seriamente Enrico Letta il quale di tutto ha bisogno in questo momento tranne le risse nel suo partito.

Di contro, la “pacificazione” raggiunta del Pdl tra le diverse componenti lascia ben sperare almeno per un po’, stante anche l’appello di Berlusconi a non esasperare i toni in attesa della sentenza della Cassazione.

Si vive alla giornata, insomma. Con una certezza: l’inesistenza del Pd come soggetto politico unitario che guarda più al proprio ombelico che all’interesse del Paese. E ciò, si converrà, è francamente sconfortante.