Il gioco delle indiscrezioni e delle smentite fa male alla “rivoluzione” delle Province

Le Province saranno, dunque, eliminate per via costituzionale. Saranno le Regioni, non si sa quando  e non si sa come, a definire nei dettagli  come saranno distribuiti i relativi poteri  agli enti territoriali superstiti. Vedremo cosa uscirà dal cilindro alquanto sfilacciato dell’esecutivo quando vedrà la luce il disegno di legge che, in via ordinaria, dovrà riempire il vuoto che si è aperto. Al momento assistiamo sgomenti al gioco delle indiscrezioni e delle smentite tra il ministro degli Affari regionali, Graziano Delrio, e il presidente del  Consiglio, Enrico Letta, circa la configurazione dell’organismo  (Collegi? Assemblea dei sindaci?) che dovrebbe sostituirle. Non è uno spettacolo gradevole. Ci dà la misura dello stato confusionale che attraversa il governo, alle prese con una maggioranza tanto inedita quanto fragile.

Non staremo qui a ripetere le considerazioni già fatte nei giorni scorsi su ruolo, identità, funzioni e costi delle Province italiane dall’Unità ad oggi. Abbiamo le nostre idee e continueremo a sostenerle. Visto, però, che, parallelamente al testo varato venerdì sulla espulsione delle province dalla Carta costituzionale, si sta provando a scrivere la riforma del sistema delle autonomie locali, non sarebbe male gettare lo sguardo sulle conseguenze negative prodotte dalla riforma del titolo V della Costituzione. Diciamola tutta: il federalismo regionale, nato da quella riforma abborracciata e precipitosa, è fallito. Il fallimento è nei numeri. Quel federalismo doveva razionalizzare la spesa pubblica, renderla più vicina al cittadino. Fu presentata come la soluzione dei nostri mali. L’anticamera di una redistribuzione virtuosa delle risorse prelevate dal contribuente per essere poi restituite ai territori. Un mezzo, si diceva, per controllare la spesa, ridurla nella sua portata e renderla più efficace ed efficiente. Così non è stato. In più il federalismo ha finito con il far proliferare strutture amministrative , costi e tasse per finanziarle.

Dal 2001 al 2011 i tributi propri delle Regioni, a partire dall’Irap e dalle addizionali Irpef, sono lievitati del 38%. Alla fine dello scorso anno , nell’arco di tempo occupato dal governo Monti, l’aumento è stato del 50%.  La sola addizionale Irpef è passata dai 5,8 miliardi del 2008 ai 9,7 miliardi incassati nel 2011. Con i decreti attuativi approvati l’anno scorso la cifra è raddoppiata.  Ad oggi, il peso reale del fisco che finanzia le Regioni supera il 10 per cento. L’origine del problema è nella spesa. Il moltiplicarsi di apparati, personale e centri di costo ha portato la spesa regionale a toccare i 174 miliardi. Una fetta enorme della spesa pubblica complessiva che, pensioni incluse, è di 815 miliardi.

Il dato impressiona ancor più se si getta lo sguardo al pacchetto delle competenze. Dal 2002 esso è rimasto uguale , ma  il costo per sostenerlo è salito di oltre il 23 per cento.  Ad aumentare sono state soprattutto le spese di funzionamento. Riassumendo: con la modifica del titolo V, al 2012 le tasse delle Regioni sono cresciute del 50 per cento e quelle percepite dallo Stato a livello centrale del 31,6 per cento. A fronte di tutto ciò i costi della politica  regionale, negli ultimi dieci anni, sono passati da 450 a 890 milioni annui (il costo delle giunte e dei consiglieri provinciali, giusto per fare un raffronto, è di 113 milioni).

Annunciando il decentramento, prima, e il federalismo, poi, si era alimentata la speranza che la filiera cosa pubblica e cittadino, in qualche modo, si accorciasse. Ciò avrebbe reso più facile il controllo di gestione delle risorse. Non è stato così. Al contrario, sono saltati gli argini di controllo. Si è dilatata la burocrazia. Sono aumentati  lacci e lacciuoli per chiunque voglia aprire una impresa. Si sono infittiti i poteri di veto sui grandi investimenti infrastrutturali, inspessendo una rete già fin troppo soffocante. Un reticolo nel quale è stato  più facile mescolare la spesa cattiva (tanta) per clientele e poltrone con quella buona (poca).

A fronte di tutto ciò, presentare ad un Paese stremato dalla crisi l’eliminazione delle province come la soluzione di tutti i malanni mi sembra quantomeno fuorviante e ingeneroso. Per non dire altro. Bisognerebbe invece , senza indugi, aprire la  via di un decentramento controllato. Eliminare le storture  della riforma del Titolo V che, tra i tanti effetti negativi, ha fatto anche registrare l’ incrementato del tasso di conflittualità tra Stato e Regioni dinanzi alla Consulta. L’introduzione  nell’ordinamento delle cosiddette “materie concorrenti” è stata la perla che ha messo in ginocchio il sistema. Ad un siffatto, ineludibile riordino, se si vuole finalmente fare qualcosa di serio e produttivo, non può sfuggire il sistema regionale nel suo complesso. Insomma, è tempo di mettere in discussione l’attuale assetto. E se non si ha il coraggio di eliminare  le Regioni, se ne riduca almeno decisamente il numero. La Fondazione Agnelli, alcuni lustri  fa, affidò alla politica uno studio interessante sulla istituzione delle macroregioni. Riprenderlo e aggiornarlo ormai è una questione di  urgenza. Ma anche di decenza e sopravvivenza.