Fuochi d’artificio per la Croazia nell’Ue. Ma le antiche ferite con l’Italia non sono rimarginate

Un’esplosione di gioia, una catarsi collettiva dal drammatico conflitto che ha insanguinato i balcani negli anni ’90.  In 30 mila sono scesi in piazza, oltre 170 gli artisti che si sono esibiti davanti alle telecamere di mezzo mondo, al cospetto di 170 ospiti stranieri e a tutta la dirigenza europea. Così i croati hanno vissuto la sudata ratifica dell’ingresso di Zagabria nel salotto europeo. Canti, cori, concerti, balli classici e moderni per festeggiare l’integrazione conquistata (e la speranza di ottenere ossigeno dalle casse di Bruxelles) ed esaltare l’immagine di un Paese giovane e moderno, democraticamente robusto (è stata la prima delle repubbliche dell’ex Jugoslavia comunista a dichiararsi indipendente nel 1991) e insieme forte delle sue radici, che affondano nella storia dell’Europa da sempre. Ma dietro il luccichìo della ventottesima stella europea, obiettivo raggiunto dopo un decennio di stentare riforme ed estenuanti negoziati con l’Ue, covano interrogativi e forti preoccupazioni interne per l’economia croata in crescente recessione, una prospettiva che si scontra con i rigidi paletti europei sotto la possibile mannaia di un procedimento di infrazione per deficit eccessivo. Ma, nel silenzio generale dei partner occidentali, restano anche le ferite aperte dell’immediato secondo dopoguerra come dimostra il decennale contenzioso con l’Italia per la mancata restituzione dei beni  degli esuli giuliano-dalmati fuggiti dalle loro terre sotto l’invasione titina. Che ancora sono nella «disponibilità» dello Stato croato. La recente liberalizzazione del patrimonio immobiliare croato (che consente agli italiani e ai cittadini dei membri dell’Ue di acquistare in Croazia) dovrebbe essere accompagnata dalla soluzione bilaterale della riparazione dei danni materiali (e moralei ai cittadini italiani. Se ieri è stata una grande giornata per l’Europa, «che è tornata a esprimere la sua vitalità e la sua capacità inclusiva», come ha detto il presidente Napolitano, per l’Italia potrebbe e dovrebbe essere il battesimo di una nuova stagione di ritrovata giustizia ed equità nei rapporti con la Croazia, nel cui territorio, malgrado i parziali indennizzi e i continui stop and go dei trattati, non si contano ancora le liste di migliaia di terreni, palazzine, proprietà abbandonate dagli esuli e confiscate dal regime comunista del maresciallo Tito. Impossibile quantificarne il valore che potrebbe non allontanarsi dai cinquecento milioni di euro. Proprietà dell’entroterra istriano non ancora indennizzate, complice anche la farraginosità e l’ambiguità delle normative. In attesa di giustizia  spiccano gli eredi della famiglia Luxardo, che fondarono il più antico stabilimento industriale di Zara, dove si distillava il famoso Maraschino. Nella sola area di Spalato, città dalmata, sono 32 gli italiani che aspettano la restituzione del mal tolto. Che aspettano le solerti diplomazie dell’Unione europea?