Egitto. Storicamente coi carri armati le primavere finiscono, non iniziano

Quasi sempre le rivoluzioni hanno una seconda ondata, più radicale della prima. Anche quella russa inizialmente portò al potere i socialdemocratici e poi arrivarono i bolscevichi. In Iran, nel ’78, prima fecero presidente l’istituzionale Bakhtiar e solo in un secondo momento arrivò Khomeini. La democrazia non sempre migliora le cose, è solo uno strumento diverso per regolare i conflitti e ci vogliono molti anni per imparare le istruzioni per l’uso. Una regola è che se vinci le elezioni devi interloquire con le opposizioni, altrimenti queste si compattano  e abbandonano le regole del confronto democratico per ricorrere ad altri strumenti per tornare protagonisti. Questa riflessione si adatta per qualche verso anche al caso italiano. La convinzione di tutti gli “altri” leader politici riguardo al fatto che Berlusconi non si potesse mettere da parte con lo strumento delle urne, ha reso plausibili ribaltino, cospirazioni di palazzo e la discesa in campo dei magistrati d’assalto. Lo strumento più classico, utilizzato anche in Occidente, è il ricorso alla piazza e alla cosiddetta “spallata”, utilizzato in tempi recenti anche in Italia e in questi giorni in Brasile. Le nuove democrazie hanno inoltre in comune la caratteristica di polarizzare il consenso intorno a identità forti e non ideologiche, come quelle etniche o religiose. E questo non rientra nella “nostra” visione di democrazia. Le appartenenze non lasciano spazio alla possibilità di un cambiamento di opinione degli elettori. Se sei sciita – come abbiamo visto in Iraq – voti per uno sciita e non voterai mai per un sunnita. Questo esclude i programmi dalle competizioni politiche, perché il dato prevalente è il gruppo a cui appartiene il candidato. E chi vince non vince per realizzare un programma ma per consolidare il potere del proprio gruppo. Inoltre, i dirigenti che emergono dopo fenomeni “rivoluzionari”, sono raramente dotati della competenza e dell’esperienza necessaria per condurre la macchina istituzionale. Immancabilmente, quando una fazione vince, lo scarto dall’oppositore è ridotto, come accadde in Iran con l’ultima elezione di Ahmadinejad. E se vinci con il 51% dei voti, il giorno dopo ti ritrovi l’altro 49% che scende in piazza per impedirti – con scioperi e violenze – di governare. Infine, dove le forze armate sono ancora un “corpo a sé” rispetto alla società civile, al caos si pone solitamente fine con i carri armati. Come in Cile negli anni ’70. Se poi addirittura la costituzione riconosce espressamente una funzione di “controllo” o di “tutela” delle Forze armate, il colpo di Stato diventa quasi normale. Come è stato in Turchia fino a tempi recentissimi. Così è in Egitto, dove le opposizioni hanno ottenuto il risultato che invece agli avversari di Erdogan è sfuggito: creare le precondizioni per legittimare l’intervento dell’esercito e porre fine all’esperienza del governo legittimamente eletto. Erdogan può stare antipatico, Morsi pure – e forse chiunque altro sia diverso da noi e dal nostro modello – ma arrivare a considerare “primavere” le rivolte di piazza che legittimano o addirittura invocano l’avvento di dittature militari contro il governo eletto dall’altra metà dei cittadini, è davvero eccessivo. La prima volta che venne utilizzato il termine “primavera” per indicare un cambiamento sociale e politico innovativo e pieno di speranze si parlava della “primavera di Praga” nel 1968 a cui misero fini i carri sovietici. C’erano stati accenni di primavera a Berlino nel ’53 e a Budapest nel ’56, repressi con i carri armati. Quando nel ’68 sembrava che la rivolta giovanile e in parte operaia dovesse abbattere il governo del presidente De Gaulle, questi, verificato l’appoggio dell’esercito in caso di eventuale insurrezione, chiamò in piazza i sui sostenitori in una immensa manifestazione, sciolse il Parlamento e stravinse le elezioni successive. La democrazia tornò alla normalità e l’alternanza si produsse naturalmente. Sulle spallate della piazza – anche se cinematograficamente esaltanti – bisognerebbe restare scettici. L’idea che un presidente eletto democraticamente possa essere messo agli arresti perché le sue politiche si sono mostrate inefficienti è un concetto piuttosto pericoloso. Questo sempre ammesso che uno alla democrazia ci creda davvero…