È ora di rivedere il ruolo delle Regioni. Il cancro del debito pubblico si annida lì

È presto per dire se la fiducia posta e incassata dal governo sul cosiddetto decreto “del fare” ne annunci una svolta in senso decisionista. Di certo Letta dev’essersi accorto che la tattica del rinvio non lo aiuta più di tanto ed è consapevole che in caso di tsunami giudiziario su Berlusconi l’unico salvagente con cui restare a galla è rappresentato dalla capacità del suo governo di affrontare il toro della crisi afferrandolo per le corna. Dalla sua il premier ha ancora la comprensione se non l’aperta simpatia di gran parte dell’establishment politico-mediatico. Una spalla preziosa che insieme a quella del Quirinale gli ha finora consentito di superare con poche perdite prove ad elevatissimo coeffiiciente di difficoltà come il dossier kazako o le dimissioni del ministro Idem. Ma è prevedibile che non durerà in eterno. Così come la pazienza dei cittadini.

Forse non è per caso o solo per necessità propagandistica se tre uomini così diversi e distanti per storia e ruolo come Casaleggio, Del Rio e Caldoro, nel giro di nemmeno ventiquattr’ore, abbiano disegnato scenari apocalittici per l’Italia arrivando ad evocare scontri, tumulti e rivolte di piazza. E non è un caso se un giornale come il Corriere della Sera abbia più volte segnalato “ai naviganti” il pericolo di restare incagliati sui bassi fondali   degli annunci non seguiti da fatti concludenti. Infine, non è solo per caso che Grillo strologhi sul ritorno alla lira ben sapendo che in una fase di drammatica incertezza come l’attuale la radicalità delle posizioni premi molto di più del grigiore di pose immobiliste travestite da responsabilità.

È fin troppo evidente che un contesto come quello italiano esige un governo molto meno timido. Quello in carica invece lo è anche troppo, forse perché imbarazzato dal proprio deficit di legittimazione popolare. Lo può superare a patto però che si prefigga obiettivi più ambiziosi dell’abolizione dell’Imu o del congelamento di un punto Iva. L’esecutivo dovrebbe intestarsi una missione alta intorno alla quale mobilitare energie, intelligenze e competenze. Metta mano, ad esempio, al tema della governance, ossia l’assetto delle nostre istituzioni politico-amministrative, che va rivisto da capo a fondo evitando di farne pagare il prezzo alle sole province.

La scellerata modifica del Titolo V della Costituzione – pervicacemente voluta per scopi elettorali dalla sinistra, che l’approvò nel 2001 con soli quattro voti di scarto – non solo ha gettato scompiglio tra poteri dello Stato sovrapponendo potestà e funzioni, ma ha determinato l’impennata irreversibile del debito pubblico. Il cancro è qui, in queste semistituzioni gonfiate di competenze e riempite di soldi, ormai titolari di un nuovo centralismo che ha finito per svuotare di senso e di ruolo quello dello Stato.

È una missione tutt’altro che semplice. Ma i tempi sono maturi per riprendersi dalla sbornia federalista in cui non crede più nessuno, neanche la Lega. Forme virtuose di autonomia sono non solo possibili ma persino auspicabili. Altra cosa, però, è sbrindellare lo Stato in nome di un sindacalismo istituzionale ai danni dello Stato nazionale. Le quote di sovranità si possono cedere verso l’alto, per favorire il processo d’integrazione europea, oppure verso il basso per dare agli enti territoriali la più larga autonomia possibile. L’Italia invece sta assecondando tutti e due i processi col risultato che lo Stato si è infiacchito fino a stremare. Ecco, Letta cominci a prendere in considerazione questi dossier ed esplori la strana maggioranza che lo sostiene per vedere se sulla tenuta dei conti, sulla semplificazione legislativa, sulla chiarezza delle competenze e sulla certezza del diritto i suoi stanno giocando agli apprendisti stregoni o fanno sul serio. Piuttosto che fare i “compiti a casa” per compiacere l’Europa, metta ordine in casa come esige la drammaticità della nostra situazione.

Del resto, se, come pare, l’Italia è la grande malata dell’Eurozona, la cura non può consistere in palliativi. Sono le medicine amare quelle che fanno guarire.