Destra, non basta la parola

Alemanno ha dichiarato che la scelta di Berlusconi di rilanciare Forza Italia significa, tra le altre cose, che si apre lo spazio per un nuovo soggetto politico a destra. Significa anche – e soprattutto – che l’esperienza del partito unico di centrodestra a vocazione maggioritaria è terminata. O addirittura fallita, dal momento che Berlusconi è stata la figura centrale del percorso che ha portato alla nascita del centrodestra (senza trattino) ed è sempre lui che, rilanciando Forza Italia come partito liberale di massa, ha rimesso di fatto un trattino e creato uno spazio di risulta al di fuori del suo progetto. Quindi, di fatto, come in una nemesi, è di nuovo per sua volontà che si crea lo spazio o la necessità per un soggetto altro. D’altronde l’idea che oltre al suo partito liberale dovesse esistere un’ala alla sua destra (che rendesse il suo progetto “centrale” e “centrista”) è un suo vecchio pallino e a qualcuno potrebbe apparire paradossale che tra i più entusiasti sostenitori del ritorno a Forza Italia ci sia l’amica a cui aveva affidato proprio il presidio dell’ala destra, Daniela Santanché, che nel 2006 si candidò premier a capo del partito di Storace, escluso – forse per pressioni di Fini – dagli accordi di coalizione. Dopo quell’esperienza Santanché lasciò la Destra e venne recuperata come sottosegretario nel governo Berlusconi e oggi è tra i massimi vertici del Pdl. Nel momento in cui ci si pone quindi la prospettiva di un soggetto nuovo o rinnovato a destra di Berlusconi, non si può tralasciare il fatto che “destra” non può essere soltanto una parola o una collocazione temporanea nello schieramento. Se destra può essere tutto o tutti, ne consegue che non è nulla. Sarebbe superficiale non ricordare che già in An c’era uno scontro profondo e continuo tra varie visioni della Destra. Alemanno e Storace sostenevano quella “sociale” – così come declinata da Giano Accame – Urso e Ronchi sostenevano quella “liberale”, filo-americana senza se e senza ma, ispirata al conservatorismo anglosassone e proiettata oltre i confini della destra storica. Alemanno stesso in realtà era interprete di “quella destra che ha sempre rifiutato l’etichetta di destra”, per dirla alla Marco Revelli. Se gli appelli a rifondare la destra dovessero limitarsi a una chiamata a raccolta di quei soggetti che, a vario titolo, sono transitati per An, rischierebbe di dare vita a un partito di uomini (e donne), anziché a un partito di idee. E questo verrebbe accolto con grande scetticismo dai potenziali elettori. Quindi, è necessario che almeno si ridefiniscano i confini del concetto di destra politica. Che non può essere certo il rifiuto dei matrimoni gay o dello jus soli, posizioni non molto identificanti e che si trovano anche altrove. La destra deve rappresentare una diversità, a partire dai comportamenti. I potenziali elettori lo esigeranno e non si accontenteranno di frasi che riecheggino un passato che – per la sua lontananza – appare sempre più bello e mitico. Oggi c’è molta nostalgia per An, ma quando venne fondata la nostalgia era per il Msi. E per onestà intellettuale bisogna ricordare che quasi tutti, a partire da Tatarella, ritenevano già allora il Msi poca cosa in confronto alla missione che una destra nazionale e popolare dovesse e potesse svolgere. Sarebbe triste dare l’impressione che oggi si riproponga il passato perché nessuno ha un’idea per il futuro. Un dato è certo: la “destra”, comunque la si intenda, non trarrà vantaggio da altre divisioni, né si possono rimettere insieme i pezzi di un vaso rotto sperando che nessuno si ricordi che era andato in frantumi. O che tutti si dimentichino chi l’avesse fatto cadere.