Dai destini incrociati della strana coppia può nascere la “cosa” di Napolitano

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico dopo il “no” del Senato alla mozione di sfiducia individuale ad Alfano promossa da Sel e M5S. C’è che il dibattito prima ed il voto dopo  hanno evidenziato qualcosa di più di un patto generazionale tra Letta ed il suo vice, un qualcosa che forse accarezza quel sogno di grande centro mai del tutto archiviato nella politica nazionale. Non siamo alle prove generali, ma è indubitabile che l’arcigno catenaccio organizzato dal premier in difesa del ministro dell’Interno costituisca molto di più di un vago indizio. D’altronde, dare forza e sostanza progettuale ad un’intesa altrimenti personale è una scelta quasi obbligata per la strana coppia di Palazzo Chigi. Nè vi potrebbero essere condizioni migliori di quelle offerte dall’attuale contesto per poterle sviluppare. Piaccia o meno a Renzi, il superamento della sfiducia al Senato allenta la tensione sul governo e di fatto chiude la finestra elettorale d’autunno. Resta, è vero, l’incognita della sentenza su Berlusconi, ma voci sempre insistenti gli attribuiscono la volontà di rinunciare alla prescrizione favorendo così uno slittamento dell’udienza conclusiva della Cassazione già fissata per il prossimo 30 luglio. Per i progetti di Letta ed Alfano, dunque, il tempo è meno tiranno di quanto appaia.

È però l’intera vicenda kazaka ad aver reso evidente quel che prima veniva sussurrato a mezza bocca e cioè che i loro destini siano intrecciati non solo per scelta ma anche per necessità dettate da comuni condizioni. Valga per tutte la loro contenuta “popolarità” nei rispettivi partiti. Per proteggere Alfano dal fuoco amico è dovuto accorrere in soccorso Napolitano, a blindare Alfano ha pensato invece il Cavaliere. Quasi come se i due “Vecchi” fossero stati costretti a rinnovare per interposte persone l’intesa cercata e trovata quattro mesi fa nel nome della stabilità politica, da entrambi considerata l’ultima spiaggia di una nazione stremata dal peso della crisi.

L’attivismo presidenziale ha lasciato il Pd incerottato. Il “no” dei suoi senatori e non solo dei renziani è stato imposto da un ordine di scuderia e non da una convinta adesione. Lo stesso non si può dire del Pdl, ma solo uno sprovveduto non si accorgerebbe dell’interesse che alcuni settori del partito avrebbero avuto ad usare la mozione di sfiducia come grimaldello per scardinare Alfano da uno dei suoi incarichi. Alla fine ha prevalso il senso di realtà e le fronde interni, esplicite ed occulte, sono rientrate.

Lo schema quindi ha funzionato. Resta tuttavia da vedere se resisterebbe qualora uno dei “Vecchi” – Berlusconi, ad esempio – fosse costretto da eventi extraparlamentari a cambiare registro. Finora il Cavaliere è stato attentissimo a sgombrare le sue vicende giudiziarie dall’orizzonte del governo. Non così però i falchi del partito, che molto difficilmente se ne resterebbero buoni in caso di verdetto sfavorevole al leader. Anzi, è prevedibile che la loro pressione per indurlo a staccare la spina all’esecutivo potrebbe risultare infine irresistibile. Lo stesso farebbe il Pd nei confronti del Quirinale.

Ove mai arrivasse tale momento, solo allora si riuscirebbe a capire se la stabilità è un valore in sé, da preservare comunque, o se, al contrario, esso va difeso ad intermittenza ed interpretato in base alle convenienze. In quest’ultimo caso tornerebbero – e con ben altra vis drammatica – le tensioni che hanno scandito l’accidentato cammino della Seconda Repubblica. A quel punto il pallino tornerebbe nell’esclusiva disponibilità (e responsabilità) del “Vecchio” superstite. E nessuno potrebbe escludere che intorno a lui possa nascere un’altra “cosa”, ancora nel segno della strana coppia.