“Contrordine Azzurri! Forza Italia non si fa più, anzi sì, forse a settembre”

«Contrordine Azzurri! La frase pubblicata sul Giornale: “Berlusconi rifarà Forza Italia” contiene un refuso, per cui va letta: “Berlusconi rifarà forse l’Italia”. A questo punto, tutte le bandiere con il nuovo-vecchio simbolo già esposte su sedi e balconi vanno immediatamente ritirate, tutte le entusiastiche dichiarazioni vanno decisamente smentite mentre il prolungato applauso che ne aveva accolto l’annuncio va convintamente negato». Giovannino Guareschi non è più con noi, purtroppo, ma non v’è dubbio che da irriducibile anticonformista qual era non avrebbe esitato un solo attimo a sbertucciare l’obbedienza, cieca, pronta ed assoluta imposta dal centralismo carismatico ai dirigenti dell’ultimo partito simil-leninista rimasto sul suolo italico: il Pdl.
Ironie a parte, a leggere la stampa solitamente bene informata circa le intenzioni del Cavaliere, pare infatti che il ritorno a Forza Italia, dato per realizzato entro luglio, subirà uno slittamento a settembre. «Tempi tecnici necessari», minimizzano da Arcore, ma in politica, si sa, il calendario non è mai una variabile indipendente e a dispetto degli unanimismi di facciata l’incertezza sulla prospettiva è destinata a mettere ancor a più dura prova la problematica coesistenza interna tra falchi e colombe, oggi già divisi dalla posizione sul governo, dalla legge elettorale e dal voto sulla Santanché. L’infuocata riunione del gruppo alla Camera, cui ha partecipato anche Alfano, è stata in tal senso emblematica. Nulla di strano, quindi, se il termine di settembre rischierà di slittare a sua volta.
L’impressione che se ne ricava è perciò quella di un partito che sta navigando a vista, il cui gruppo dirigente è pronto ad assecondare risposte organizzative pur di eludere il problema politico. Non gli sfugge, infatti, che il Pdl attuale è un gigante incatenato alla leadership berlusconiana, che ne rappresenta la forza insostituibile e nello stesso tempo il limite invalicabile. È un nodo che non può essere sciolto senza compromettere il futuro dell’intero centrodestra e dell’assetto bipolare del nostro sistema politico. Il primo a capirlo, più e meglio degli altri, è proprio il Cavaliere. Il “fuoco amico” sul ministro Quagliariello a copertura dell’attuale Porcellum elettorale ne è la prova più evidente. Il solo discuterne innesca il festival delle ipotesi alternative al vigente meccanismo di nomina dei parlamentari. E, di fatto, oggi questo equivale a un attentato alla leadership di Berlusconi.
Se, come pare, le cose stanno così, è fin troppo evidente che al Pdl non manca una strategia purchessia ma manca, soprattutto, l’exit strategy nella malaugurata ipotesi di condanna definitiva di Berlusconi in autunno. Ove mai dovesse accadere, tutti i ragionamenti sullo spacchettamento del partito, sulla sua riorganizzazione in chiave giovanilistica e imprenditoriale ed il suo organigramma non avrebbero più senso. A quel punto l’unico elemento da valutare è capire se ed in che misura al Pdl (o Forza Italia) sarà adattabile lo schema in uso nel movimento grillino, cioè del leader esterno al Parlamento. È uno schema che non sta dando buoni frutti e non è escluso che, nel caso di specie, possa darne addirittura di avvelenati.
Va da sé che uno scenario del genere non è auspicabile in nessun caso. L’espulsione per via giudiziaria del leader che piaccia o meno ha segnato vent’anni della nostra vicenda nazionale, non potrebbe mai essere seguito da una ripresa ordinata e serena della vita politica ed istituzionale. Sarebbe l’ennesimo trauma della storia italiana. E questo non è solo un affare del Pdl o di quel che (forse) ne prenderà il posto.