Come cambiare le province? Facendole diventare ecosistemi urbani

La Società Geografica Italiana ridisegna la geografia delle province italiane. La notizia non è nuova. Risale al marzo scorso ed è il frutto di un lavoro attento e minuzioso che si è sviluppato nel corso degli ultimi venti anni, a partire dal “progetto 80”. Un documento, quest’ultimo, che può essere considerato il padre di tutte le riflessioni successive, essendo stato redatto dalla parte più sensibile e innovativa dei  territorialisti. A metà degli anni Settanta, un nucleo di studiosi ed esperti nel campo della pianificazione territoriale  immaginò di ridisegnare l’assetto italiano per adeguarlo alla modernizzazione del sistema insediativo e dell’apparato produttivo. Da quelle ricerche e da quell’insieme di parametri di misurazione delle potenzialità e delle criticità dei  quadranti  che compongono il tessuto territoriale sono scaturite riflessioni e analisi che, ancora oggi, conservano una straordinaria attualità; metodologie che aiutano ad esaminare meglio la realtà infrastrutturale e i connessi sistemi economici.

Le risultanze di tali studi sono stati recentemente pubblicati  in un volume ed in una cartografia, che costituisce la variante principale di un assetto che consta di 36 entità territoriali definite  “eco-sistemi urbani” . Si ridisegna, in sostanza, la mappa e la messa in rete di realtà urbane contigue, con un buon grado di omogeneità e di interazione. Si configura un sistema territoriale nuovo, che supera le attuali regioni e provincie, accorpando, riducendo e rendendo più funzionali e coerenti  le numerose  entità amministrative e territoriali oggi esistenti. Si tratta di una proposta aperta, come è ovvio. Ma è una proposta, va detto senza alcuna remora, che le forze politiche, impegnate da decenni a riformare senza costrutto il sistema delle autonomie locali, farebbero bene a non trascurare.

Il fatto che ne abbia parlato di recente il Corriere della Sera, mettendo in risalto la portata  innovativa  di uno studio scientifico che , per la prima volta, pone in discussione l’ assetto regionale del nostro Paese, apre lo spazio a non poche riflessioni.  Intanto, è una proposta che segna un cambiamento di modello;  mira a fornire parametri e strumenti in grado di sostenere  processi diversi di innovazione dei territori ; fa leva sulle potenzialità organizzative e decisionali delle singole città senza, per questo, stabilire aprioristicamente sistemi egemoni nella fase progettuale. E’ una proposta, in  sostanza, che  riempie il vuoto procurato dall’assenza di Geografia economica rintracciabile in ogni aspetto della politica italiana.

Il tema non è secondario. Immaginare e disegnare lo sviluppo delle aree a partire dalle reti infrastrutturali, legarlo  alla mobilità, ai trasporti e alle comunicazioni, incrociarlo con le interazioni tra ambiente e società secondo un modello geografico in evoluzione, potrebbe apparire scontato. Ma scontato non è. Per rendersene conto è sufficiente  osservare come sono ridotte le aree urbane a forte presenza industriale,  quelle congestionate dal traffico, le città caratterizzate da surplus di insediamenti  abitativi, le zone ad elevato tasso di inquinamento.

La novità messa in campo dalla analisi geografica  sta nella offerta di una chiave  di  lettura, ex ante ed ex post,  dei sistemi territoriali,  che aiuti  a costruire un modello di sviluppo eco-compatibile e sostenibile dal punto di vista socio-economico. Un modello che supera la teoria  in base alla quale si afferma che i fattori endogeni inciderebbero poco sulla  competitività delle imprese.

Va detto, ad onor del vero,  che l’assenza di una visione di geografia economica si è registrata, purtroppo, per lungo tempo  anche nelle politiche europee. Ciò  ha inciso inevitabilmente sulla crisi in atto, appesantendola e aggravandola. La tesi che la New Growth Theory potesse applicarsi, ugualmente e bene, sia a livello regionale sia a livello nazionale si è dimostrata fallace. Al contrario, alcuni ricercatori come Mary Prezioso, Martin, Scott, Rodriguez,suggerivano ,  rimanendo purtroppo inascoltati, di agire sul valore aggiunto offerto dalle diversità territoriali e dai relativi potenziali di sviluppo. Tali studiosi mettevano  in guardia sugli effetti “distruttivi e dannosi” che una politica fiscale univoca e centralizzata, legata alla soluzione dei problemi all’interno della UE, avrebbe prodotto in assenza di una più ampia politica economica.  Ancor più grave appariva  ai loro occhi  la pretesa di evitare ogni forma di valutazione dello status quo ante delle regioni e delle province europee , prima di avviare politiche di crescita fissate sulla base di parametri impossibili da raggiungere. E’ stato commesso, insomma,  un  vero peccato di presunzione. Un peccato che si è riverberato sulla intera common policy europea.

Più o meno la stessa cosa si è verificata in Italia con la riforma del Titolo V della carta costituzionale. Ora  c’è una occasione  per non ripetere gli errori del passato, peccando ancora un volta di presunzione: evitare di  disperdere in un  mare di chiacchiere inconcludenti  o, peggio, in una pessima riforma dei sistemi territoriali,  la proposta  avanzata dalla Società Geografica, dopo anni di ricerche approfondite. Varrebbe  davvero la pena non lasciarsela sfuggire.