Caso Shalabayeva: fu “corretto” l’operato del giudice di pace

L’ispezione ordinata dal presidente del Tribunale di Roma, Mario Bresciano, su disposizione del ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, «ha acclarato la correttezza dell’operato» del giudice di pace Stefania Lavore nella trattazione del caso di Alma Shalabayeva. Dall’ispezione – secondo quanto riferisce il presidente dell’associazione Giudici di Pace, Vincenzo Crasto – è emerso che il giudice Lavore «ha deciso sullo stato degli atti e dei documenti depositati a processo dalle parti e delle dichiarazioni da queste rese, come qualsiasi giudice della Repubblica avrebbe fatto». L’associazione Giudici di Pace «esprime soddisfazione per l’esito dell’indagine interna. Una volta di più – è scritto in una nota – risulta dimostrata l’efficienza di una magistratura, quella di pace, che dà prova di adeguata professionalità, ma che non riceve dallo Stato, per tale servizio, un’adeguata contropartita. Per evadere un caso di questa natura, difatti, giova ribadirlo, il giudice di pace guadagna in sostanza 10 euro lordi, non matura diritti previdenziali e assistenziali, non ha certezze per il suo futuro. In una parola – conclude l’associazione – non gode di quella autonomia ed indipendenza che pure sono garantite dalla Carta Costituzionale alla magistratura, per la delicatezza ed importanza del compito al quale è chiamata».
Sul caso di Alma Shalabayeva il settimanale “Oggi” avanza un’ipotesi: per espellerla sarebbe stata usata la figlia Alua, di sei anni. Il servizio giornalistico ricostruisce, attraverso verbali, relazioni di servizio e documenti, tutti i provvedimenti adottati nei confronti della piccola a partire dal primo blitz di Digos e Polizia la notte del 29 maggio nella villa di Casal Palocco fino all’imbarco del 31 maggio a Ciampino sul jet privato diretto in Kazakistan. L’articolo è stato acquisito agli atti dell’inchiesta.