Addio a Vincenzo Cerami, poeta lucido e visionario del nostro cinema

Vincenzo Cerami è morto oggi, a 73 anni, andandosene in silenzio, come in silenzio aveva vissuto le ultime fasi della malattia: lui, sempre così prodigo di parole, che sono stati i ferri del suo mestiere. Uomo schivo e caustico, che dietro la maschera del gaudente celava timidezze e ritrosie, è sempre vissuto nel cuore della proposta intellettuale; lui che ha rappresentato una delle personalità che più linfa creativa ha fatto scorrere nelle vene del cinema italiano, pur rimanendo sempre dietro le quinte del palcoscenico principale, senza però mai sottrarsi all’incontro con il pubblico, alla partecipazione attiva e diretta a un progetto. Per questo motivo, quando a giugno scorso non si è presentato a ritirare il David di Donatello alla carriera, la sua assenza ha detto più di molte parole. E ad aggiungere il resto ci ha pensato Roberto Benigni, l’amico e collega di molti successi  – uno su tutti de La vita è bella, firmato a quattro mani da Cerami e dal regista toscano – che, nel ringraziare pubblicamente lo sceneggiatore assente ha detto: «Mi ha fatto capire che solo i dilettanti aspettano l’ispirazione, gli altri si rimboccano le maniche e si mettono al lavoro. Vincenzo mi ha insegnato la sintassi, la sintesi. Quando si scrive un film è la storia di un sogno, lui è precisissimo, solo i grandi visionari sono precisi». Un riconoscimento pubblico che a tutti è suonato un po’ come un encomio postumo, arrivato sul finale di vita, a uno scrittore che, impegnato nella politica culturale della sinistra (è stato per anni ministro della cultura nel governo ombra del Pd, dal 2009 assessore alla Cultura a Spoleto), polemista nel segno di Pasolini, finalista all’Oscar con Benigni, David di Donatello alla carriera nel 2013, un po’ per esperienza, un po’ per vissuto, un po’ per carattere, ha sempre intersecato realismo caustico e poesia, emozione e risata, stoccata sprezzante alla struggimento più puro. Per questo, ha affidato le sue ambizioni narrative alla stesura di quello che è considerato uno dei suoi traguardi editoriali più apprezzati e noti, Un borghese piccolo piccolo, non a caso trasformato in capolavoro di celluloide da Mario Monicelli e dalla maschera trasfigurata di Alberto Sordi. Il successo, sia in libreria che sullo schermo, è inatteso quanto spettacolare. Da un giorno all’altro Cerami si vede aprire le porte del salotto buono di Cinecittà. Il suo realismo poetico, la forza dei personaggi mai schiacciati dal peso del giudizio morale, sono una vera novità nel panorama italiano degli anni ’70. Un panorama che lo accoglie dopo anni di lavoro svolto quasi in sordina. Lui, pasoliniano per vocazione ed erede del poeta di Casarsa quasi per forza, cresciuto a Ciampino e sui campi di rugby, ha scoperto la letteratura, la poesia e il cinema con Pier Paolo Pasolini, suo insegnante alle scuole medie e per il quale, vent’anni dopo, sarebbe stato assistente alla regia in Uccellacci e uccellini. Intriso di quella romanità che gli aveva marchiato a caratteri di fuoco parlata e pensiero, ha saputo declinare la saggezza popolare alla cultura profonda, l’attenzione al sociale al lirismo più asciutto. Non a caso, la sua la sua puntigliosa capacità di pedinare la realtà e la sua parallela vis inventiva, ai confini del surreale, hanno favorito la collaborazione con i maestri più diversi, in una caleidoscopica alternanza di linguaggi cinematografici. A lui, infatti, si sono rivolti da Sergio Citti a Gianni Amelio, da Valentino Orsini a Giuseppe Bertolucci. Esprimendosi al meglio soprattutto nei primi anni ’80, al servizio di un cinema attento a raccontare il capitolo tragico del terrorismo di Colpire al cuore, ma anche incline al rifugio intimistico di Segreti segreti. Una parola sempre crescente, fino alle evoluzioni comiche realizzate con Giovanni Veronesi, a cui nel 2005 detta le esilaranti regole del Manuale d’amore. Riuscendo a trasfigurare in una sceneggiatura la realtà quotidiana che, da lucido cronista che era, ha fotografato anche in sapidi elzeviri per Il Messaggero, e raccontato in chiave gialla in Fattacci.