A 18 anni dal genocidio di Sebrenica arriva una nuova accusa per Radovan Karazdic

A 18 anni dal genocidio di Srebrenica, in Bosnia migliaia di persone hanno ancora una volta commemorato le oltre ottomila vittime musulmane dell’orrendo massacro compiuto dalle forze serbo-bosniache di Ratko Mladic nel luglio 1995, ultimo anno della guerra di Bosnia che ha fatto centomila morti e due milioni di profughi. E proprio in coincidenza con l’anniversario del massacro ordinato da Ratko Mladic, il Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi) ha reintrodotto oggi una seconda accusa di genocidio per Radovan Karadzic, l’ex capo politico dei serbi di Bosnia e stretto alleato di Mladic, che dovrà così rispondere di genocidio sia per Srebrenica sia per l’uccisione di musulmani croati e bosniaci in altre sette località della Bosnia. Quella teribile guerra per tante madri di Srebrenica sopravvissute alla strage dura ancora oggi: nella lotta “per scoprire le fosse comuni, per trovare un osso, perché gli assassini abbiano nome e cognome al pari delle loro vittime”. Lo ha spiegato per tutte Munira Subasic, una delle mamme di Srebrenica. Nel giorno della commemorazione è stata data sepoltura ad altre 409 vittime, tutte identificate negli ultimi 12 mesi. Alla cerimonia hanno preso parte circa ventimila persone e Munira ha potuto seppellire solo due ossa del figlio Nermin, ucciso all’età di vent’anni. Ma una sua concittadina, Munira Salihovic, che ha già seppellito il marito Redzep e i figli Sabahudin e Hajrudin, non ha trovato traccia, in nessuna delle 74 fosse comuni scoperte finora, del più piccolo, il sedicenne Resid. Sola nella sua casa deserta di Potocari, dubita ormai che vivrà abbastanza per poter avere una stele funeraria con il nome del suo ragazzo. Dopo le esequie odierne delle 409 vittime, tra cui 44 minorenni, alle quali dal luglio scorso ad oggi il test del Dna ha ridato un nome, nel cimitero di Potocari vi sono oggi 6.066 tombe. Tra queste c’è anche quella della vittima più giovane del genocidio, Fatima Muhic: vicino al padre Hajrudin, a due zii e un nonno, la madre Hava ha sepolto i piccoli resti della figlia, nata e subito morta nel recinto della Fabbrica di batterie per auto, all’epoca base dei caschi blu dell’Onu, nella notte tra il 12 e il 13 luglio 1995. In quella base circa 25 mila abitanti di Srebrenica, per lo più donne, bambini e anziani, avevano cercato la salvezza dopo l’irruzione in quella che avrebbe dovuto essere la “zona protetta dell’Onu” dei soldati di Ratko Mladic, oggi sotto processo con Karadzic al Tribunale dell’Aja. Ma i caschi blu olandesi consegnarono i rifugiati ai loro carnefici. Uomini e ragazzi, divisi dalle donne e bambini deportati verso Tuzla, furono portati via per essere uccisi assieme ai circa sei mila uomini presi prigionieri in meno di due giorni tra quei 15 mila che avevano cercato di salvarsi fuggendo attraverso i boschi. Mentre in varie località della zona i prigionieri venivano barbaramente uccisi, l’Onu non fece nulla per impedirlo e il comandante del battaglione olandese, Thom Karremans, immortalato dalle telecamere, brindava con Mladic alla “brillante operazione militare” per la conquista di Srebrenica. «Confrontarsi finalmente con tali crimini è necessario per ricordare non solo quello che è stato fatto in Bosnia, ma anche quello che il resto del mondo non ha fatto», ha detto oggi l’ambasciatore Usa a Sarajevo, Patrick Moon, aggiungendo che tutti i responsabili ne dovranno rispondere. Finora, per il genocidio e altri crimini commessi a Srebrenica 18 anni fa, il Tribunale internazionale dell’Aja (Tpi), e il Tribunale di Sarajevo, hanno condannato 27 persone a complessivamente 553 anni di reclusione.