Zanonato, Epifani e Bersani: su Imu e Iva non lavorano per l’Italia ma per il re di Prussia

Che lo Stato italiano non fosse un buon amministratore del proprio patrimonio lo si è sempre saputo, ma che su un bilancio di 800 miliardi non si fosse in grado di spostarne 8 (pari all’1%) è cosa che francamente lascia perplessi. Perché due sono le cose: o non lo si vuole fare, perché si preferiscono strade alternative a quelle dell’abolizione dell’Imu sulla prima casa e della sterilizzazione degli aumenti dell’Iva, oppure si usano tutte le accortezze possibili e immaginabili perché non sia Silvio Berlusconi a beneficiare delle ricadute dell’attuazione di quello che è stato il programma annunciato dal Pdl in campagna elettorale. Se così è, è facile capire perché il ministro Zanonato, ancor prima che si pronunci il suo collega dell’Economia, si produce in una performance al giorno per annunciare  che il governo non è in grado di reperire le risorse necessarie (4 miliardi) per bloccare l’aumento dell’Iva. Un attivismo sospetto, se si considera che contemporaneamente Pier Luigi Bersani fa trapelare la possibilità di un governo che non veda il Pdl nella stanza dei bottoni. E per sostenere questa strategia tutto sembra possibile, anche modificare le carte in tavola e sostenere che l’abolizione dell’Imu e lo stop all’aumento dell’Iva non sono le cose migliori da fare. Meglio sarebbe – si sussurra in alcuni ambienti del Pd –  lavorare su altre possibilità. E i sindacati fanno sapere di preferire tagli del cuneo fiscale. Dal punto di vista tecnico, però, sembra che proprio gli interventi sull’Imu e sull’Iva siano quelli in grado di dare i risultati migliori sul fronte della crescita e dei consumi. Per la Cgia di Mestre non ci sono dubbi in proposito. Intanto perché ci sono Paesi nostri concorrenti, come la Francia e la Germania, che hanno un cuneo fiscale più pesante di quello italiano e non si pongono il problema, poi perché, sia pure in maniera insufficiente, il cuneo fiscale sta già diminuendo per effetto di provvedimenti già presi che si faranno sentire sui bilanci delle imprese a partire dal 2014. Un punto in più di Iva, invece, minaccia di costituire il colpo di grazia per molti settori visto che i consumi di beni durevoli, dall’inizio della crisi alla fine del 2012,  sono già crollati del 23,7%. Per il resto non ci sono scappatoie, se l’Italia non batte i pugni a Bruxelles spingendo per l’adozione della golden rule (scorporo dal deficit delle spese per lo sviluppo) è difficile che si riescano a varare provvedimenti idonei alle necessità che sono costituite da quei 600mila posti di lavoro che il ministro Giovannini ha definito possibili. Zanonato forse non lo sa, ma quando il governo Monti ha aumentato l’Iva di un punto ha finito per fare un autogol perché il gettito complessivo dell’imposta invece di aumentare è addirittura calato. Meno risorse per lo Stato ma anche meno consumi, meno lavoro per le aziende e meno occupati. Non bisogna cadere nella stessa trappola di allora. Epifani e Bersani lo sanno benissimo, solo che brucia molto il dover dire che Berlusconi ha avuto ragione e il Pd torto. Il costo però rischia di pagarlo non il Cavaliere ma il Paese.