Vietato parlare di Mussolini: il moderno Peppone contro il parroco (ma a vincere è sempre don Camillo)

C’è una caratteristica tutta nostrana: non saper distinguere l’analisi storica dalla propaganda, l’approfondimento dagli slogan. In Italia si può parlare di tutto, di Nerone come di Stalin, spulciando tra le cose fatte e magari approvandone una su mille, persino su Attila è stato detto qualcosa di buono. L’unico nome che non è possibile pronunciare è quello di Mussolini, sia pure per raccontare un minimo dettaglio del suo Ventennio. Ne è una prova quel che è accaduto al parroco di Ospedaletto d’Alpinolo, in provincia di Avellino: ha osato evocare Mussolini («il duce che pure ha fatto qualcosa per lo Stato e per la famiglia») durante la processione del Corpus Domini e il sindaco, sdegnato, si è tolto la fascia tricolore e ha abbandonato il corteo. Una sorta di don Camillo e Peppone in chiave moderna, ma non troppo. Don Vittorio Guarrillo, raggiunto dall’Ansa, ha buttato acqua sul fuoco. Commenti sull’argomento? Per ora non ne ho. Ne parlerò «soltanto dopo aver capito meglio le ragioni che hanno spinto il sindaco ad abbandonare la processione». In verità c’è poco da capire, visto che un attimo dopo le sue parole, Antonio Saggese, sindaco dal maggio 2011 – circondato da altri amministratori e con al suo fianco il maresciallo dei Carabinieri che comanda la stazione locale – è tornato a casa. Il primo cittadino, invitato dallo stesso parroco a intervenire davanti al monumento dedicato ai concittadini caduti in guerra, aveva sottolineato come «i valori laici della festa della Repubblica e quelli religiosi del Corpus Domini possono aiutarci a superare le grandi difficoltà che abbiamo davanti». Poi, con la processione in sosta davanti a un altare votivo, ha preso la parola don Vittorio: «Il sindaco ha fatto bene a lodare lo Stato e anche la Chiesa. Ha dimenticato una terza cosa: quella di lodare il Duce, che si è adoperato per la famiglia e per gli italiani». Parole che hanno suscitato imbarazzo nel primo cittadino che si è rivolto al sacerdote per chiedergli se aveva capito bene. «Detto e confermato», la risposta di don Vittorio, a cui il primo cittadino ha replicato così: «Allora la processione la continui da solo». Don Vittorio, parroco da 40 anni della chiesa di San Filippo e San Giacomo, non si è mai reso protagonista di sortite che hanno provocato discussioni e divisioni nella comunità di poco meno di duemila abitanti ai piedi del Santuario di Montevergine anche se una parte dei parrocchiani, soprattutto i più giovani, gli rimproverano «scarso slancio spirituale nelle attività della parrocchia». Subito dopo il fattaccio, lo stesso sindaco ha incrociato il parroco nei pressi del Municipio. Tra i due soltanto uno sguardo e un frettoloso buongiorno. Poi entrambi hanno tirato diritto, l’uno verso il Comune, l’altro verso la Chiesa. Il primo capitolo si è chiuso così. I moderni don Camillo e Peppone sono di nuovo uno contro l’altro. Ma il sindaco Saggese forse ha letto poco Guareschi, altrimenti starebbe più attento. Perché alla fine vince sempre don Camillo.