Un’altra Commissione per le riforme. Ma il Parlamento serve ancora a qualcosa o possiamo chiuderlo?

Ma a che cosa serve il Parlamento? E’ davvero diventato un organo di ratifica di decisioni prese altrove? Ed i provvedimenti che approva, se le cose stanno così, sono legittimi dal punto di vista costituzionale e della prassi democratica? Ce lo chiediamo perché la Commissione per le riforme costituzionali varata dal presidente del Consiglio Enrico Letta non ci convince per niente. Questo organismo di nuovo conio, formato da trentacinque esperti, è chiamato a varare le linee-guida per riscrivere parti (non sappiamo quali) della Costituzione e definire, nello stesso tempo, l’ambito di intervento delle Camere. Ad essa, poi, come recita il decreto istitutivo, seguirà il lavoro di un’altra Commissione, questa volta parlamentare, composta da venti deputati e venti senatori, che elaborerà i testi formali ispirati dai “saggi”. Infine, l’approdo di tutto il lavoro finalmente in Parlamento, sotto forma di disegni di legge. E qui, finalmente, i “rappresentanti del popolo” potranno pronunciarsi emendando, approvando o bocciando. Un ruolo minimo, dunque, e tutt’altro che esaltante. I riformatori non saranno loro, insomma.

E’ una  prassi insolita, si converrà. Dalla quale, al pari delle Commissioni bicamerali che si sono succedute nel corso degli ultimi tre decenni, quasi sicuramente non verrà fuori niente. Siamo pronti a scommettreci. O, al massimo, qualche ritocchino per giustificare tanto appassionato lavorìo. Non sarà una vera riforma. Soprattutto non sarà una riforma parlamentare in senso stretto e proprio poiché “inficiata” dal massiccio intervento esterno di esperti di diritto costituzionale i quali, oltretutto, dovranno tenere conto dei risultati cui pervennero altri “saggi”, quelli nominati dal Quirinale prima delle elezioni. E’ come se si ammettesse che il Parlamento non è in grado di riscrivere la Costituzione e quindi è necessario affidarsi ad altro per farlo, conducendo per mano deputati e senatori verso una possibile riforma. Deprimente.

Come si vede, l’esproprio del Parlamento è nei fatti. E da esso non può che sortire un pasticcio di prevedibili colossali proporzioni. Le riforme si fanno in due modi: o secondo le procedure previste dall’articolo 138 o varando un’Assemblea costituente, dunque parlamentare nel senso tecnico e sostanziale. Tertium non datur. Aver scelto una inedita strada non è solo uno sgarbo istituzionale, ma una innovazione che può avere ricadute anche in altri settori ed in ambiti diversi.

Per quanto il Comitato voluto da Letta esplicitamente avrà “soltanto” poteri referenti, è indubitabile che esso dispiegherà tutta la sua forza persuasiva nell’indirizzare le riforme verso determinati esiti. Al punto, osiamo immaginare, che alla fine, semmai si dovesse arrivare ad un esito positivo, avremo una Costituzione ottriata, come usava nell’Ottocento pre-rivoluzionario, elargita da elementi estranei al popolo. Al quale, forse, al massimo resterà la magra soddisfazione di pronunciarsi con un referendum confermativo.

In diciotto mesi, come dice il capo dello Stato, la “pratica” dovrebbe essere esaurita. Ed anche il foverno dovrebbe mettere fine alla sua esprienza: che cosa accadrà dopo? Torneremo alle elezioni? E se nel frattempo fattori extra-parlamentari dovessere portare ad una fine repentina della legislatura che cosa ne sarà dell’ennesimo tentativo riformista e voteremmo ancora con il Porcellum, posto che neppure una leggina elettorale minimalista verrà approvata nel frattempo? Inquietanti interrogativi.

Mettiamo che tutto vada come Napolitano e Letta immaginano e si augurano, gli italiani avranno una Carta modificata, pur non sapendo come poiché gli verrà sottratto il potere di decidere gli orientamenti che soltanto da un’Assemblea eletta dal popolo potrebbe emergere. Ma tant’è : il nostro Paese  è la culla del diritto, ma anche dei bizantinismi. E pure delle bizzarrie. Non è forse bizzarro, appunto, che della compagine governativa faccia parte un ministro per le Riforme (materia di stretta competenza parlamentare per definizione), che ci si affidi per queste ad elementi esterni alle Camere elette e a vari comitati di saggi o professori o esperti di volta in volta nominati, quando la strada maestra sarebbe quella di esaminare nelle Commissioni di merito e poi nelle Aule le proposte di legge di modifica costituzionale copiosamente presentate negli ultimi sessant’anni?

Insomma, è prevedibile che si faccia ancora una volta “ammuina”. O, nella migliore delle ipotesi, che venga fuori il classico topolino. A maggior gloria della tecnocrazia che, almeno in questo caso, sembra combinarsi alchimisticamente con la partitocrazia in un cocktail politico-istituzionale dal sapore sgradevole.