Tramontate le ideologie, scomparsi i luoghi di confronto: tempi duri per i partiti

Tempi duri per i partiti politici tradizionali. Non ci riferiamo soltanto al forte calo di consensi  che incrina sempre più la loro tenuta sistemica, allargando il diaframma con il corpo elettorale. Problema enorme cui non mi sembra si stiano dando risposte convincenti, né a destra né a sinistra. Quel che sta emergendo con sempre maggiore evidenza è uno sgretolamento interno, una sorta di spappolamento interiore dal quale esalano flussi maleodoranti. Intendiamoci, le lotte di potere all’interno dei partiti ci sono sempre state. Come pure le correnti. Solo che, quando i partiti erano tali, con i loro congressi e i loro organigrammi, costruiti sulla base della pesatura dei rapporti di forza tra le varie anime che li componevano, c’erano regole certe e condivise a scandirne la vita. Gli organi deputati a garantirne il funzionamento erano ben definiti e autorevolmente rappresentati. Insomma, le correnti erano linfa e sostanza per dare forza e gambe a pensieri, idee, progetti. La competizione su quelle basi assumeva statura, profondità, incisività. E il partito, nel suo insieme, ne beneficiava, eccome.

Poi, tramontate le ideologie, sono scomparsi anche i luoghi del confronto e della discussione. Nella smania della personalizzazione della politica (risposta errata alla pur legittima domanda di verticalizzazione della politica , da un lato, e della funzione del leader  in grado di rappresentarne istanze e proposte, dall’altro lato) i  partiti hanno  perso senso e natura. Preda di ristrette oligarchie (quasi sempre ossequiose verso il capo di turno), abbiamo assistito alla loro caduta di senso e allo snaturamento delle identità. A questa perdita di senso si è accompagnata la cancellazione di quegli essenziali processi di formazione che pure erano alla base della selezione delle classi dirigenti,  in una articolazione di forme fra loro differenti. Si pensi alle scuole di partito, ai luoghi associativi dove il dibattito sui valori e sui principi non era mai casuale, al pensiero speculativo che fioriva nel mondo intellettuale. Anche qui, poi, è avvenuta una cesura netta. Come se la politica non avesse bisogno di essere continuamente irrorata da nuove idee rigeneratrici.

Il pensiero debole, con tutti gli annessi e connessi che conosciamo , ha fatto il resto. Così ,nell’indebolimento generale, la politica vera è scomparsa dalla scena. Ed ora si cerca disperatamente di riesumarla. Perché se ne avverte il bisogno, come è evidente a tutti. Solo che il danno procurato dalla sua assenza è stato così profondo che resta difficile a chiunque intravedere nell’immediato una sua maestosa rinascita. Capace di rimetterla al centro, come si usa predicare un po’ dappertutto. E appare arduo spiegare come e con quali mezzi. L’ascesa impetuosa e il declino rapido del Movimento Cinquestelle non mi sembra che lasci molte opportunità  nelle mani del web. Ha un bel dire il guru di Grillo, Casaleggio, che il futuro si chiama “democrazia elettronica” o come diavolo vogliamo definire questa sorta di trasposizione della formazione del consenso e della pars decidendi  , che della azione politica non è certo elemento secondario. La verità è che la democrazia, dai tempi di Atene, per vivere e respirare ha bisogno di popolo, consenso,rappresentanza. Elementi non scindibili, ma interconnessi. E il consenso nella sua costruzione, per quanto possa usare i più moderni e sofisticati strumenti di informazione e di comunicazione, ha bisogno di gente in carne ed ossa. E non di una “realtà virtuale”, come quella del web.

Ora, per tornare alle considerazioni iniziali, nella confusa ricerca di una via di uscita dalla crisi, il Pdl riesuma le bandiere di Forza Italia, senza capire che la crisi non è più soltanto un problema  di forma bensì di sostanza, di contenuti e di stile, mentre il Pd affoga in una guerra interna foriera di ulteriori e più profonde lacerazioni. Ha fatto scalpore, recentemente, una dichiarazione di Marianna Madia, deputata che siede in Parlamento per volere di Veltroni ed ora è molto vicina a D’Alema, che ha usato parole pesanti verso il suo partito:  “un sistema di piccole e mediocri filiere di potere che sono cosi attaccate al potere  e non vogliono cedere di un millimetro”.  Nelle diramazioni locali romane, la situazione è ancora peggiore. Secondo Madia esisterebbero vere e proprie “associazioni a delinquere”. Espressione  durissima e grave che la stessa deputata ha cercato successivamente di attenuare. Senza che però cambiasse minimamente il senso dell’accusa. E come lei è fin troppo evidente che la pensino anche molti altri nel Pd. Se persino uno come e D’Alema riflette amaramente  sul fatto che definire quelle filiere di potere correnti è un mero eufemismo, c’è poco spazio, mi sembra, per salvarsi dal naufragio. Le correnti, appunto, di una volta, sono sfociate a sinistra  nel correntismo più becero e volgare. Così , nel subdolo e poco edificante gioco interno di un potere esercitato dai padroni delle tessere, sfiorisce anche il sogno di quelle primarie purificatrici  evocato contro il male delle cooptazioni . Insomma, il sistema politico attuale sta diventando sempre più acefalo. E  i due partiti maggiori ( si fa per dire, visto che numericamente  il  partito più grande è quello dell’astensione) rischiano, per ragioni diverse, ma per paralleli destini, di dimagrire ancor di più. Simul stabunt vel simul cadent.