Sventato l’attacco di guerriglieri talebani all’«anello d’acciaio» di Kabul

I talebani attaccano il cuore superdifeso di Kabul, all’interno dell’“anello d’acciaio”, a due passi dal palazzo presidenziale, scatenando due ore di battaglia nella quale sono morti tutti i terroristi e tre contractor della sicurezza. Nella nuova prova di spregiudicata determinazione gli uomini armati, fra cui un kamikaze, hanno dato l’assalto alla zona vicino al palazzo presidenziale, poco prima che il presidente Hamid Karzai tenesse una conferenza stampa insieme all’inviato americano nella regione, James Dobbins, che è poi stata annullata. Si è trattato di un’azione a sorpresa realizzata da un commando di guerriglieri che, utilizzando due veicoli “Land Cruise” simili a quelli in dotazione alla Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato), divise e documenti falsi, è riuscito a introdursi nell’area di Shash Darak, non lontano da uno degli ingressi alla residenza del presidente Karzai. La zona è quella del cosiddetto “anello d’acciaio” di 25 posti di controllo che le autorità afghane, e anche della polizia europea (Eupol) che ha contribuito a crearlo, considerano pressoché invulnerabile. L’emergenza sicurezza è durata un paio d’ore, durante le quali vi sono state una decina di esplosioni e intensi scontri a fuoco. E si è conclusa a metà mattinata con l’uccisione di tutti i militanti talebani e di tre contractors afghani al servizio probabilmente di un organismo Usa. L’azione è stata subito rivendicata dal portavoce degli insorti, Zabihullah Mujahid, il quale ha spiegato che “i martiri” sono riusciti a penetrare in una zona dove, oltre al palazzo presidenziale, si trovano il lussuoso Hotel Ariana, notoriamente base della Cia in Afghanistan, il ministero della Difesa e installazioni dell’ambasciata americana. Gli esperti concordano nel ritenere che l’attacco vada interpretato come una nuova dimostrazione di forza dei talebani e come la manifestazione, da parte dei seguaci del Mullah Omar, di una forte insoddisfazione per la sospensione dei colloqui diretti fra loro e una delegazione americana, che erano previsti la settimana scorsa in Qatar. I contatti sono stati annullati dopo le pressioni esercitate da Karzai, che voleva evitare l’utilizzazione della denominazione Emirato islamico dell’Afghanistan nell’ufficio politico inaugurato a Doha. Per cercare di ricomporre in qualche modo la crisi si sono adoperati sia il segretario di Stato americano, John Kerry, che ha visitato New Delhi, sia lo stesso Dobbins che ha esaminato la questione a Kabul e si è poi trasferito a Islamabad. Ma c’è «poco ottimismo sulla possibilità di ricucire rapidamente lo strappo», ha ammesso a Washington il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Patrick Ventrell. Infine c’è sa segnalare che nella provincia meridionale di Kandahar otto donne e due bambini, tutti appartenenti a una stessa famiglia che si stava recando a una cerimonia di fidanzamento nel distretto di Khakriz, sono morti quando l’automezzo su cui viaggiavano ha urtato una mina, probabilmente collocata dai talebani.