Sulle riforme costituzionali si è partiti col piede sbagliato

Sul tema delle riforme costituzionali sono piuttosto scettico. Non tanto perché l’esperienza insegna che dalla Commissione Bozzi in poi quando si parla di riformare la Costituzione le chiacchiere prevalgono sui fatti, con l’eccezione della riforma varata dal centrodestra nel 2006, però bocciata (non del tutto a torto) dall’elettorato; lo scetticismo discende sostanzialmente dal fatto che si è partiti con il piede sbagliato.

Cominciamo con la questione dell’elezione del Capo dello Stato. Sembra quasi che tutto dipenda da come si elegge il Presidente della Repubblica e che un’elezione popolare diretta significherebbe di per sé l’inaugurazione del cosiddetto ‘presidenzialismo’. Il fulcro della questione è dato invece dalla configurazione dei poteri del Capo dello Stato, non solo in sé, ma soprattutto in rapporto ai poteri e alle competenze degli altri organi dello Stato.

Votare per quale Presidente? Un guardiano della Costituzione, come voleva l’art. 48 della Costituzione tedesca di Weimar? Un capo dell’esecutivo, come negli Stati Uniti? Un capo dell’esecutivo indiretto, come in Francia? Un semplice notaio? Una figura rappresentativa? Come si vede, il problema si pone in termini semplici: non si modificano le Costituzioni ‘a pezzi’, perché le Costituzioni sono delle entità viventi, che – quando ben fatte (e la nostra lo era) – si sottraggono naturaliter a revisioni incoerenti.

La Costituzione italiana può essere revisionata soltanto se le modifiche mirano ad approfondire il senso e il significato della decisione fondamentale che è stata alla base della Costituzione repubblicana del 1948. Di regola non condivido quasi nulla del giuridicismo costituzionalistico di Zagrebelsky, Rodotà & Co., ma in questo caso non hanno torto quando dicono che toccare la Costituzione potrebbe significare ucciderla. Si prenda la questione della legge elettorale, che pur essendo di competenza del parlamento in sede ordinaria finisce con l’avere riflessi sui princìpi costituzionalmente garantiti. È un dato di fatto che la Costituzione vigente, pur non contemplando norme in materia, è nello spirito profondamente proporzionalista. Una legge elettorale non proporzionalista finisce inevitabilmente con il tradire lo spirito del Costituente repubblicano. E va detto che la legge previgente al ‘Mattarellum’ non era cattiva (nonostante l’uso deleterio delle preferenze individuali), perché aveva una coerenza che portava perfino a lasciare fuori dalle Camere quei partiti che non avessero conquistato almeno un quorum (si pensi al Psiup, privato di rappresentanza pur avendo raccolto oltre un milione di voti).

Per essere breve: ciò che conta è lo spirito costituente, ovvero la decisione politica fondamentale che sta sotto ogni Costituzione, anche la “più bella del mondo”, che si vorrebbe spacciare per un dono di dio. Se non c’è questa decisione politica fondamentale (andrebbe scritto in tedesco, perché il riferimento è alla dottrina della Costituzione di Carl Schmitt) non c’è Costituzione che sia coerente, funzionale e funzionante, effettiva ed efficace.

Ora, il punto è: chi oserebbe oggi immaginare una decisione politica fondamentale? Ovvero: quale decisione? Nel 1947 forze culturali diverse (liberali, socialcomunisti, cattolici) furono tenute insieme dal mito dell’antifascismo e dalla paura del governo forte, perché la Costituzione vigente è una Costituzione di compromesso, non ostante quello che si dice. Oggi occorre un altro, diverso compromesso su un’altra, diversa e nuova decisione politica fondamentale. Ma già qui le cose si complicano, perché i neocostituzionalisti à la Zagrebelsky, Rodotà & Co. obietterebbero subito che diritto e politica devono essere separati, che il diritto prevale e deve prevalere sulla politica, a meno che non sia la ‘politica costituzionale’, come ha urlato Rodotà nella piazza di Bologna l’altro giorno.

Senonché una politica costituzionale è solo la politica che fonda la Costituzione, che la crea, che presuppone che diritto e Stato e costituzione non siano la stessa cosa. Scriveva G. Anschütz commentando nel 1926 l’art. 1 della Weimarer Reichsverfassung (Reich, non ‘repubblica’, anche a Weimar): «La costituzione è cambiata, lo Stato è rimasto». Occorre avere ben chiaro questo orizzonte intellettuale, se si vuol mettere mano alla Costituzione in maniera seria: si è d’accordo che Stato, diritto e costituzione non sono la stessa cosa? Se si parte da questo accordo è allora possibile individuare una nuova decisione politica fondamentale la quale, in nome di un condiviso senso dello Stato, elabori un nuovo compromesso all’altezza delle sfide del XXI secolo, a partire dalla questione della sovranità nazionale e del rapporto con l’Unione europea. Se si ha chiaro questo punto, sul resto si potrà convenire gradualmente, partendo dall’esperienza concreta della comunità nazionale, senza ipotizzare l’importazione di modelli stranieri, rispetto ai quali un assurdo provincialismo vede i pregi e mai i difetti.

Così, il ‘presidenzialismo’ americano viene immaginato come uno strapotere del Presidente sul Congresso, cosa che è del tutto falsa, perché la Repubblica americana è una repubblica parlamentare, dove il Presidente, in una struttura istituzionale di tipo federale, rappresenta il potere esecutivo federale, fortemente limitato dalle prerogative del Congresso. E così via: non esiste alcun modello perfetto: la V Repubblica francese immaginò una Costituzione fatta per il generale de Gaulle, non certo per M. Hollande. Una riforma costituzionale deve dunque partire da ciò che sarebbe bene per l’Italia ed è su ciò che la Commissione dei 40 e il Comitato dei 25 esperti dovrebbero discutere. Una discussione che non può non essere fortemente politica, nel significato nobile del termine, partendo dalla constatazione che la crisi del paese si aggrava ogni giorno di più e che per uscirne occorre una scelta radicale, che vada cioè alla radice della crisi, crisi che è fondamentalmente politica. La crisi della politica è il nòcciolo malato che produce tutti gli altri frutti malati: lo strapotere della magistratura, il cinismo del denaro, la lontananza dei cittadini dalle istituzioni, la sfiducia nel futuro, il degrado del territorio e del patrimonio artistico, la pauperizzazione crescente di strati vasti della popolazione.

Occorre una decisione politica fondamentale. Quale che sia, purché strutturalmente politica e fondamentale, espressione dello spirito del popolo e non di interessi parziali e contingenti. Per esempio la federalizzazione del paese, non quella finta della Lega, ma una articolazione reale come premessa di una nuova unità nazionale, per dare responsabilità alle periferie, centralità ai Comuni (tradizione tipicamente italiana), oltre il bubbone delle regioni e dei mantra vuoti sull’abolizione delle province.

Come ha scritto un giurista socialista tedesco, Hermann Heller, nel 1929: «Non vi è dunque nessuna scienza dello Stato e del diritto che sia indipendente dalle decisioni perché non può essere indipendente dalla storia, e i nostri atti conoscitivi nella teoria politica e giuridica sono sempre al tempo stesso atti di decisione».